18 e 19 Marzo – Pratichiamo in amicizia a Carrè (VI)

L’associazione sportiva “Kyo Mizu Kan”

in collaborazione con i Dojo di Ronchi dei Legionari (GO) e Milano: Niten, Mushin Kan, Kasumi e Seishin Ryoku

organizza uno stage promozionale di Spada Giapponese della scuola

Tenshin Shōden Katori Shintō Ryu

come ogni anno lo spirito sarà “Pratichiamo in amicizia”

Lo stage sarà dedicato alla memoria dell’amico e compagno di pratica Fabio Cappello

stage coordinato dai Maestri (V Dan Menkyo Mokuroku)

niten hogaku susanoo

Sabato 18 marzo 2017 dalle 14.30 alle 18.30
Domenica 19 marzo 2017 dalle 9.30 alle 13.30

Presso la Palestra delle scuole Elementari
Via Compans – Carrè (VI)

Quota di partecipazione: 10 euro

Per informazioni:
Alarico Guzzonato (VI): 340 6894805 – alaricoguzzonato@yahoo.it
Alessandro Crizman (GO – TS): 345 8631130 – niten@libero.it
Carlo Faleschini (MI): 349 2673331 – carlo.hogaku@gmail.com

Lo stage è aperto a tutti i praticanti di tutte le Federazioni e Associazioni, purché in regola con le rispettive assicurazioni

Sarà formato un gruppo per neofiti diretto e assistito da idonei istruttori

Stage patrocinato da

comchiuppano jitakyoei ame usrarcobaleno comune carrè
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a Fabio

Fabio

Siate cortesi fatemelo ricordare così. Provo disgusto a dire che era una bella persona. Perché lo era! Ma miseramente lo si dice di ognuno. Mai una polemica, mai un rancore, mai un risentimento. Unito al gruppo partecipava appieno ad ogni iniziativa, lo era insieme e da protagonista. Erano anni che condividevamo pratica e commenti sull’universo mondo rubati tra un katà e l’altro, prima della doccia, mentre ci cambiavamo, mentre si camminava verso l’osteria, anche prima di addormentarsi durante i numerosi stage
al quale comunemente si partecipava. Con lui tutti uniti. Ricordo che settimana scorsa l’ho tormentato per l’indolenza del suo abbigliamento, gli avevo promesso nuove magliette e felpe.

Più di una volta l’ho assillato che lui era il futuro, noi, oramai, eravamo datati e prossimi ad un decadimento senza ritorno, lui, diversamente, per età e per animo rappresentava il futuro. La differenza anagrafica mi ha permesso di accelerare nei consigli, utili e inutili.

Sei svanito senza nemmeno aspettare la primavera, a pochi metri dal traguardo. L’inferno polare delle mie convinzioni mi porta a credere che non ci incontreremo più, eppure mi manchi e non so cosa darei per vederti e incrociare i nostri boken. Non so se riuscirò più a praticare aikido.

Non so se siamo foglie sbandate da un vento improvviso, oppure se ad ognuno è dato il suo tempo, quel che rimane è un’inquietudine, un malessere che nemmeno uccide, un dolore sottile che ti striscia dentro. Un dispiacere che ti scava la carne e che ti lascia spossato. Ripartire è sempre più difficile.

Ho corso per anni, sentendo il cuore che mi sfondava il petto, e tu, mi lasci in questo modo effimero senza nemmeno aver percorso fino in fondo la tua primavera, senza aver potuto affrontare l’estate, senza goderti le grazie dell’autunno, per poi infine accomodarti accanto al focolare e sentire l’inverno battere alle imposte.
Che infame e grottesca è la vita, improvvisamente ad un bivio senza nemmeno poterci salutare. Che la terra ti sia lieve e che il tuo sorriso ci sia di monito, spero di non dimenticare la tua lezione.

Non si sa mai, c’è qualcosa da capire
Per quanto il senso sia difficile da dire
Difficile da dire per quanto il senso sia
C’è qualcosa da capire, non si sa mai
Impotente difesa masticata preghiera
Rende sopportate fame fatica orrore
Le sofferenze allevia amate creature
Tiene al caldo chi è solo di necessità
Tratto da: Polvere, L. L. Ferretti

J’aime de vos longs yeux la lumière verdâtre,
Douce beauté, mais tout aujourd’hui m’est amer,
Et rien, ni votre amour, ni le boudoir, ni l’âtre,
Ne me vaut le soleil rayonnant sur la mer.

Mi piace dei tuoi lunghi occhi la luce verdastra,
dolce beltà, ma oggi tutto per me è amaro,
e niente, né il tuo amore, né il fuoco, né il tuo boudoir
mi compensa del sole che fiammeggia sul mare.

Tratto da: Canto d’autunno, Les Fleurs du mal – Spleen et Idéal – Charles Baudelaire

claudio, ventitremarzoduemilasedici

 

Ronchi dei Legionari le foto

Riprendiamo dal sito “Tanto Tanto Keiko”, blog del gruppo di amici di cui facciamo parte e divulghiamo anche qui le foto (by M.°Claudio Lamonica) del bello stage a Ronchi dei Legionari

Tanto tanto keiko

Ho ricevuto le foto (tutte) dello stage “Pratichiamo in amicizia” di Ronchi dei Legionari del 18/19 Aprile e le ho pubblicate su Flicker … eccole

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Buongiorno mi chiamo Tiberio

25 aprile 2015 – Tiberio

Tiberio


Tiberio Claudio Druso Buso
(nome postumo Nuvola Bianca) in latino Tiberius Claudius Drusus Busus.

Nuova vita nuovo nome.

Intanto perché il suo omonimo Nuvola Bianca, capo tribù degli Iowa, fece una fine miserrima, ossia il fenomeno da baraccone a Parigi a metà dell’Ottocento. Davanti a un pubblico eterogeneo composto da elementi della buona borghesia e del popolino della capitale francese, insieme ad altri pellerossa tutti rigorosamente in costume tradizionale, si esibì stancamente ripetendo la danza della pioggia, rievocando battaglie, scene di caccia e altri riti dei nativi americani. Era un capo melanconico, come lo definì George Sand (pseudonimo della scrittrice Amantine Aurore Lucile Dupin), “… un uomo ridotto a clown di mondi lontani”. Poi, perché la sua zoppia ha precedenti illustri e non è un segno di per sé negativo. Infine, perché proviene da quell’area che per tanti secoli fu politicamente e amministrativamente caput mundi.

Il nome Tiberio proviene dal latino “Tiberius” a sua volta legato alla dicitura “Tiberis” (Tevere), ovvero, sacro al Tevere o nato presso il Tevere. Per questo Tiberio è il suo primo nome.

«Claudicante» è il participio presente del verbo “claudicare” e significa zoppicare. Il cognomen romano Claudius deriva dalla nobile gens Claudia famiglia della prima età repubblicana ed è ritenuto di origine sabina. Il nome della gens Claudia aveva quale origine in “claudus” (“zoppo”). Vi è da dire che questo è frequente nell’onomastica latina, “Cecilia” deriva da “caecus”, cieco. Questo nome è associato al console e censore del IV secolo a. C. Appio Claudio il Cieco, che fece realizzare il primo grande acquedotto e la Via Appia. Si chiamarono così gli imperatori romani Tiberio Claudio Germanico e Claudio Nerone Cesare Druso.

Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico fu il quarto imperatore romano. Druso maggiore o Nerone Claudio Druso
Germanico è stato un capace capo militare e un accorto politico. Claudio in francese è diffuso nella forma Claude.

Tra i personaggi celebri si ricordano il poeta latino pagano Claudiano, vissuto nel quinto secolo; il pittore francese Claude Monet; il compositore e musicista cremonese Claudio Monteverdi (1567-1643), il compositore francese del Novecento Claude Debussy. E’ profondamente legato a Tucky. Tiberio e Tucky, pur non conoscendosi, hanno condiviso un comune percorso di liberazione.

Infine, essendo Tiberio Claudio Druso Buso un maremmano, coniughiamo il suo carattere innato con i presupposti collegati al nome, ovvero è come tale un capo riconosciuto del gruppo sociale a cui appartiene, il suo ruolo gli deriva dall’autorevolezza che manifesta con naturalezza con la facilità di chi l’ha iscritta nel proprio patrimonio genetico.

Speriamo nell’esercizio della democrazia, che il suo temperamento non lo porti a discutere su ogni cosa, che Guia e Greta lo consiglino e ne animino la capacità di mediazione.

25 aprile 2015: 70° anniversario della Liberazione. Mai una data fu più profetica, un nuovo membro emancipato dalla gabbia all’interno della famiglia. Noi, abituati alla democrazia parlamentare, avremo a che fare col continuo tentativo di un colpo di stato da parte di un furbacchione che con sguardi languidi cercherà di fare ciò che gli pare, armati dei no che aiutano a crescere resisteremo.

Il CLN clandestino aveva deliberato l’insurrezione per il 25 aprile al grido di: “Mai più senza cane!” e dunque tutti sono pronti allo sbarco di Tiberio sul Naviglio.

Amici miei buona giornata, Aldo dice 26×1, Tiberio disfarrà lo zaino e un’altra gabbia sarà liberata!
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Chi non ha mai posseduto un cane, non può sapere che cosa significhi essere amato.
Schopenhauer

Se le preghiere di un cane fossero ascoltate cadrebbero ossi dal cielo.
Rainer M. Rilke

Quando si sceglie di vivere con un cane è per sempre. Non lo si abbandona. Mai. Mettetevelo in testa, prima di adottarne uno.
Daniel Pennac

Non crediate che sia crudele tenere un cane in un appartamento cittadino: la sua felicità dipende soprattutto dal tempo che potete trascorrere con lui, dal numero di volte che vi può accompagnare nelle vostre uscite; al cane non importa nulla aspettare per ore e ore davanti alla porta del vostro studio, se poi ne avrà in premio dieci minuti di passeggiata al vostro fianco. Per il cane l’amicizia personale è tutto. Ricordate però che in questo modo vi assumete un impegno tutt’altro che lieve, perché dopo è impossibile rompere l’amicizia con un cane fedele, e darlo via equivale a un omicidio.
Konrad Lorenz

I cani non si sbagliano mai.
Arthur Conan Doyle

L’amore per un cane dona grande forza all’uomo.
Seneca

Musica consigliata: Fischia il vento e Bella ciao. I Fought the law versione dei Clash. La Cathedrale engloutie di C. Debussy. I love my dog di Cat Stevens.

Numerosi scrittori e poeti riferiscono le lodi del cane, tra tutti C. Dickens, R. Kipling, C. Baudelaire e V. Hugo, le pagine più emozionanti e più struggenti saranno di Jack London.

Ma non possiamo dimenticare ciò che significa il 25 aprile, per cui, per riflettere sull’indole umana, consigliamo: Se questo è un uomo di Primo Levi e La storia di Ettore Castiglioni. Alpinista, scrittore, partigiano di Marco Albini Ferrari.

Pittura: Giotto, nella cappella degli Scrovegni, dipingerà il cane di Gioacchino atto a consolare il padrone con uno sguardo profondo, figura retorica che testimonia il cane sempre accanto all’uomo anche nei momenti più difficili. Tiziano, profondo amante del cane, lo rappresenta partecipe e co-protagonista in numerosi dipinti.

Film: Figli di un dio minore (R. Haines, 1986) e La tregua (F. Rosi, 1997).

Fiaba: Becco di rame.

Per non dimenticare la convivialità, che favorisce la comunicazione aggiungiamo anche questi modesti consigli:
Primo piatto: pasta coi muscoli alla Marani. Pizzoccheri.
Secondo: costata con chicchi d’uva e contorno di funghi porcini trifolati e verdure alla griglia. Baccalà alla veneziana con crostini di polenta. Stracotto d’asino. Patate al forno. Cime di rapa stufate.
Vino bianco: Verdicchio di Montecarotto (provincia di Ancona).
Vino rosso: Cabernet del Corno di Rosazzo, denominazione Colli Orientali del Friuli. Sforzato di Valtellina.
Torta alle noci e frutti di bosco.

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In memoria di tutti coloro che hanno dato la vita per questo maledetto ingrato paese.


E allora come sentì vicino Odisseo
Mosse la coda, abbassò le due orecchie
Ma non poté correre incontro al padrone
Ed il padrone, voltandosi si terse una lacrima…
Ed Argo, il fido cane, dopo che visto
Ebbe, dopo dieci e dieci anni, Odisseo
Gli occhi nel sonno della morte chiuse …
Omero, Odissea (libro XVII, versi 290-329)
In memoria di Greta, Guia, Alice, Spike, Dolly, Nina ed Ettore.

ALDO DICE 26X1

25 aprile 1945 – 25 aprile 2015.

In memoria di tutti coloro che hanno dato la vita per questo maledetto ingrato paese.

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A tutti i comandi zona.
Comunicasi il seguente telegramma: ALDO DICE 26 x 1 Stop Nemico in crisi finale Stop Applicate piano E 27 Stop Capi nemici et dirigenti fascisti in fuga Stop Fermate tutte macchine et controllate rigorosamente passeggeri trattenendo persone sospette Stop Comandi zona interessati abbiano massima cura assicurare viabilità forze alleate su strade Genova-Torino et Piacenza-Torino Stop 24 aprile 1945

Oltre il Ponte ci aspetta la VITA
un breve testo sulla Liberazione
Il programma delle celebrazioni per i 70 anni della Liberazione

Greta

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Gallerie Fotografiche

Ecco alcune gallerie di foto degli eventi a cui abbiamo partecipato di recente.

Vista, inquadrature, scatti e composizione a cura del nostro Dojo-cho Claudio Lamonica.

Un ringraziamento ed un sacco di buoni pensieri a tutti coloro quelli che hanno partecipato e che ci hanno consentito di crescere e stare bene insieme sul tatami.

Spesso è difficile incontrarsi e misurarsi con i nostri bisogni di crescita e cambiamento, farlo con tutti e ciascuno di voi/noi è un privilegio ed un piacere.

Seminario Carlo Faleschini Novembre 2014
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Stage con Esami Sergio MorStabilini, Alessandro Crizman, Carlo Faleschini, Salvatore Mazzoleni, Marco Liut Giugno 2014
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Dragon Day 2013 Dimostrazioni con Gianfranco MorStabilini
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Commemorazione Hatakeyama Goro Sensei 2013
Stage a Cornaredo Carlo Faleschini Novembre 2013
Seminario Tameshigiri e Lancio 2012
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Seminario Promozionale Febbraio 2012
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Pete Seeger e la Bibbia

 

Bene ha fatto Riforma a ricordare Pete Seeger col bell’articolo di Carlo Pedrazzi sul numero del 7 febbraio. Può essere interessante per noi evangelici rendere conto della frequente e viva presenza del Good Book nell’opera del folksinger newyorkese.

Da giovane militante di sinistra, Seeger riteneva la religione “oppio dei popoli”. Ma col tempo, attraverso l’amore per la musica religiosa afroamericana, la frequentazione con persone come Martin Luther King o Mahalia Jackson, Seeger racconta di avere riscoperto la propria umanità, e la capacità di vedere la presenza di Dio in ogni cosa, dagli atomi alle galassie. Una posizione con forti tratti di panteismo, il che non ha impedito a Seeger di scoprire, con forte anticipo rispetto al “processo conciliare” del Consiglio Ecumenico, la stretta interrelazione tra giustizia, pace e salvaguardia della creazione. E soprattutto di cantarla, in una vastissima opera fatta di composizioni originali, di riscoperte di canti popolari di tutto il mondo, di armonizzazione di poesie e scritti altrui, di adattamento di antiche melodie a nuovi testi.

Seeger amava molto la Bibbia, soprattutto nella classica versione di Re Giacomo (1610), che riteneva insuperabile per ritmo e sonorità. E moltissime sono le sue composizioni ispirate a brani biblici. La più famosa, che ebbe un discreto successo commerciale nella versione dei Byrds, è Turn! Turn! Turn!, tratta quasi letteralmente da Ecclesiaste 3: 1-8 (“Per tutto c’è il suo tempo, c’è un momento per ogni cosa sotto il cielo …”). Ma è notevole anche My Father’s Mansion, che riprende Giovanni 14:2 (“nella casa del Padre mio ci sono molte dimore …”) dandogli, già nel 1966, una coloritura fortemente eco-pacifista (l’ultima strofa dice “Sta a noi scegliere se condividere la terra con tutte le sue gioie che abbondano, o continuare come abbiamo fatto finora, e bruciare la dimora di Dio”). E potremmo citare anche Seek and You Shall Find, oppure The Sower of Seeds.

Seeger ha anche arrangiato per banjo la cantata 147 di Bach Herz und Mund und Tat und Leben. E ha cantato, aggiungendovi nuove parole, anche due cantici presenti nel nostro Innario: il 102 (O volto insanguinato), e il 27 (Fratelli insieme d’un sol cuor).

Nella voce tenorile di Seeger, con l’età divenuta sempre più roca (in una delle sue ultime incisioni lo sentiamo, quasi afono, dirigere un coro di bambini nel canto di Forever Young di Bob Dylan, percepiamo l’eco di decenni di lotte contro la guerra e il razzismo, o di battaglie apparentemente “locali” come quella per liberare il fiume Hudson dagli scarichi industriali. L’eco di una cultura dove la separazione tra chiese e stato non impedisce la felice contaminazione tra musica “spirituale” e musica “di lotta”, o d’intrattenimento. Più o meno il contrario di quel che accade da noi …

Giorgio Guelmani

(pubblicato il 28 febbraio 2014 sul settimanale Riforma)

 

 

“Tenshin Shoden Katori Shinto Ryū Budo Kyohan” di Yoshio Sugino & Kikue Ito

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“Tenshin Shoden Katori Shinto Ryū Budo Kyohan” di Yoshio Sugino & Kikue Ito, dal
testo originale pubblicato nel 1941 a una nuova pubblicazione a cura di Ulf Rott nel 2010,
Editore: Books on Demand GmbH

La Tenshin Shōden Katori Shintō Ryū è considerata come la più antica scuola (koryū) di spada tradizionale, presupposto storicamente inconfutabile nel Giappone moderno. E’ certamente grazie all’impegno del Maestro Sugino Yoshio che si deve la sua diffusione nel mondo anche a marzialisti non residenti sul suolo giapponese. Se non fosse stato per questa prodiga propensione alla diffusione della disciplina, peraltro sostenuta dal precedente Soke, Iizasa Shuri-No-Suke Kinjiro, fuori dal Giappone sarebbe stato impossibile il contatto e la pratica dell’articolato percorso di questa antica università delle arti marziali, ricca di una tradizione di circa seicento anni.
La scuola fu fondata nel 1447 nel tempio shintōista di Katori dal goshi Iizasa Iienao, che assunse poi il nome di Choisai, e via via, una linea ininterrotta di successori e validi guerrieri, ha contribuito a completare e raffinare le numerose discipline comprese nella scuola.
Bisogna tenere presente che la divulgazione oltre i confini nazionali divenne una consuetudine solo a partire dalla conclusione del secondo conflitto mondiale; prima di allora, agli stranieri che desideravano approcciarsi alla scuola, era imposto il vincolo di risiedere in Giappone. Solo a questa condizione era permesso studiare e allenarsi, e ciò è avvenuto nel dojō di Narita sotto la direzione del Maestro Ōtake Risuke. Il primo straniero a raggiungere il grado di menkyo kyoshi è stato il Dott. Donn Drager, grande esperto e divulgatore di arti marziali.
Il Maestro Sugino, al contrario, oltre ad avere aperto il suo dojō, lo Yuishinkan con sede a Kawasaki, a tutti coloro che ne erano interessati, pur di diffondere il kobudō della scuola di Katori ha insegnato in tutto il mondo, fino alla tarda età e fino a quando le condizioni di salute glielo hanno permesso. Non bisogna dimenticare che il Maestro Sugino aveva studiato sia con Jigoro Kano che con Ō Sensei Morihei Ueshiba; è molto probabile che la multidisciplinarità e il contatto con un uomo come Kano, aperto e disponibile al confronto con i profondi cambiamenti in atto, lo abbiano orientato a superare i rigidi comportamenti di una società, che aveva da poco superato la forma feudale ma rimaneva ancora ancorata a formalismi e codici pressoché immutabili.
Il Maestro Sugino è entrato in contatto col Katori Shintō Ryu nel 1927 (cfr. la sua intervista all’Aikido journal del 1996), all’età di 22 anni. Era già un marzialista di rango avanzato e praticava Judo presso il Kodokan del Maestro e fondatore Kano Jigoro con buoni risultati. Quando il caposcuola ha maturato la convinzione che le antiche discipline marziali stavano per andare irrimediabilmente perdute a causa della mancanza di assiduità e di praticanti, ha creato il Kodokan Kobudō Kenkyukai, branca indirizzata allo studio specifico delle antiche scuole di kobudō. Tale sensibilità culturale, volta a tutelare gli aspetti tradizionali delle arti marziali, lo ha spinto a invitare quattro Shihan della scuola di Katori, per far apprendere anche ai suoi allievi i principi di un’antica scuola di kobudō. I maestri inviati dalla scuola di Katori erano Tamai Saido, Kuboki Sozaemon, Ito Tanekichi e Shiina Ichizo che settimanalmente assunsero l’impegno di andare ad insegnare a Tokyo. Tamai e Shiina hanno via via stabilito un rapporto più continuativo col Maestro Sugino per il notevole e costante interesse al Katori da parte di quest’ultimo, tanto che ne sono divenuti i suoi principali istruttori. Nello specifico, il giovane Shiina proseguirà la formazione didattica di Sugino presso il dojō di Kawasaki o l’Hombu dojō di Chiba per oltre un decennio. Tra gli allievi del Kodokan che hanno avuto la possibilità di studiare Katori su sollecitazione di Kano, oltre a Sugino spicca l’audace figura del Maestro Mochizuki Minoru, compagno di avventure marziali e grande amico di Sugino. Il Maestro Mochizuki Minoru ha contribuito in modo notevole alla notorietà di svariate discipline marziali nel continente europeo, in particolare in Francia, non ultima l’arte della spada della scuola di Katori.
Quando nel 1935 è stata fondata l’organizzazione Koryū budo Nihon Kobudō Shinkokai, Società per la Promozione delle Arti giapponesi classiche e degli organismi marziali, la scuola di Katori Shintō ryū ne venne direttamente coinvolta. In questo contesto è stata prevalentemente rappresentata dagli Shihan Tamai Daido e Shiina Ichizo, ma anche da Hayashi Yazaemon Iekiyo e Hongu Toranosuke, spesso protagonisti agli Embu (esibizioni pubbliche) dove venivano presentate le antiche scuole di kobudō. A questi maestri si è aggiunta spesso la partecipazione a tali esibizioni di un giovane Sugino, che aveva rapidamente bruciato le tappe della destrezza e ottenuto un fattivo riconoscimento all’interno della scuola, tanto che, nello stesso anno, Ueshiba lo aveva insignito della licenza all’insegnamento, evidente riconoscimento per una dedizione a tempo pieno alla pratica delle arti marziali.
Le cronache riportano che non essendo stato richiamato alle armi, Sugino ha potuto proseguire il suo tirocinio fino alla conclusione del conflitto mondiale, addestrandosi costantemente all’Hombu dojō a Chiba. Il dojō di Chiba è sicuramente il dojō più importante dal punto di vista storico e simbolico, essendo stato fondato dall’ultimo Soke praticante: Sensei Iizasa Shuri-No-Suke Morisada.
Sollecitato da un periodo storico favorevole, che vedeva nel recupero delle arti marziali classiche un elemento di congiunzione culturale fra un passato glorioso e le mire espansionistiche degli anni Trenta, dal 1937 e fino al 1945 Sugino ha lavorato come istruttore di budō presso diverse scuole di Tokyo e Chiba e soprattutto come insegnante di Katori Shintō Ryū a tempo pieno. In questo contesto politico fortemente turbolento e spiccatamente aggressivo, che anticipava il conflitto mondiale e che vedeva lo stato giapponese impegnato militarmente su più fronti (guerra con la Cina del 1937), il governo centrale e i principali istituti culturali favorirono l’esercizio delle pratiche marziali, coinvolgendo le sedi scolastiche di ogni ordine e grado. Del resto, la preparazione atletica coniugata al recupero dell’antica sapienza militare, è un tratto comune a molti paesi con mire espansioniste e imperialiste. A partire dal 1937, Sugino è divenuto istruttore di Budō alla scuola per insegnanti di Chiba, ha insegnato Katori in più parti della prefettura di Chiba e alla scuola elementare di Asakusa, ha addestrato all’uso della Naginata le studentesse presso la scuola professionale femminile di Yokohama e judo presso la scuola secondaria di Keio. Nel 1941, insieme a Ito Kikue, col beneplacito e il patrocinio del Soke, ha scritto il libro Tenshin Shōden Katori Shintō Ryū Budo Kyohan, ovvero Il metodo didattico del combattimento del TSKSR.
L’impegno del governo a formare una nazione coesa e strettamente collegata alle virtù militari è testimoniato nell’introduzione dallo stesso Sugino, quando ringrazia le più alte gerarchie politiche, militari e religiose per l’attenzione riservata al loro lavoro con tali parole: “Ho già ricevuto menzioni per la pubblicazione del libro da parte dell’ex ministro della Giustizia, il signor Oyama Matsukichi, dal deputato della Camera dei Nobili, il signor Matsumoto Gaku e dal generale dell’esercito, il signor Ono Sanenobu. Inoltre, ho avuto il contributo del Diciannovesimo Dai Sōke e dal pontefice Massimo del Tempio di Katori, il signor Sawada Soku.”
Della coautrice, Ito Kikue, abbiamo scarse informazioni: sappiamo che era diplomata e che era un’insegnante della Joshi Shihan Gakko, una scuola femminile superiore, presso la quale ha probabilmente conosciuto Sugino, che lì ha partecipato a lezioni di naginata. Non doveva certo essere una semplice praticante perché viene presentata col medesimo rango di Sugino: Kyoshi. In alcune fonti viene definita come un’allieva diretta di Hongū Toranosuke e in altri di Shiina Ichizo; di certo era una figura di spicco della scuola, tanto da poter presenziare ai vari Embu che si sono succeduti in quel periodo.
Come è noto, la guerra e la sua tragica conclusione avranno un esito disastroso per tutti i giapponesi cui non sfuggirà lo stesso Sugino, che vedrà il suo originario dojō distrutto e dovrà lasciare con la famiglia Kawasaki per sfuggire ai bombardamenti. Troverà rifugio in una casa di Fukushima presso un suo allievo. Il dopoguerra fatto di fame e privazioni accomunerà la famiglia di Sugino a quella di molti altri asiatici ed europei.
Nel 1950, tornato a Kawasaki con i suoi, revocato il divieto di praticare arti marziali imposto dal generale MacArthur, il Maestro Sugino riaprirà il suo dojō. In una delle sue memorabili interviste dichiarò che, negli anni precedenti l’abolizione del divieto imposto allo studio e all’esercizio delle arti marziali, per potersi esercitare senza farsi scoprire, aveva coperto i vetri delle finestre con fogli di carta opaca in modo che dal di fuori non si vedesse cosa succedeva all’interno. In tal modo era riuscito a perseverare nell’esercizio del kenjutsu.
Per completezza di informazioni dobbiamo ricordare che, negli anni Cinquanta, il Maestro Sugino, ha partecipato, in qualità di consulente esperto di armi e di bushidō, a numerosi progetti cinematografici per i registi Kurosawa Akira e Inagaki Hiroshi. Questa occasione ha permesso al Katori Shintō Ryū di influenzare le scene di combattimento dei film “I sette samurai”, “Musashi” e “Yagyu Bugeichô”.
L’affermazione della figura marziale di Sugino è ormai a tutto tondo. Nel 1966, il Dai Nippon Butoku Kai (fondata nel 1895 dal governo giapponese sotto l’autorità del Ministero dell’Educazione, con l’approvazione di sua altezza reale) ha conferito al Maestro Sugino il titolo Hanshi di Kobudō e nel 1982, con il conferimento del 10° dan kobudō da parte della Kokusai Budoin (Federazione Internazionale di Arti Marziali fondata nel 1952) si è definitivamente consacrato il suo impegno per le arti marziali.
A oltre 70 anni dalla sua prima pubblicazione in Giappone, Tenshin Shōden Katori Shintō Ryū Budō Kyohan è ora divulgato anche in occidente, tradotto in tedesco da Izumi Mikami-Rott e Ulf Rott. Il secondo autore è un praticante di Katori depositario, per la Germania, dello Shibu del dojō di Kawasaki. E’ un’occasione di studio e conoscenza estremamente importante perché non vi è alcuna monografia attinente il Katori così datata e accessibile a un pubblico tanto esteso. Fonti accreditate parlano di altri due libri, che sarebbero stati scritti e pubblicati all’interno della scuola di Katori all’inizio del secolo passato ma di cui comunque non si riesce ad avere alcun riferimento specifico o informazione utile; per quanto se ne sa, potrebbe anche trattarsi del medesimo testo confuso sotto forme diverse.
La curiosità di poter sfogliare questo manuale, perché è di ciò che si tratta, è stata molta. Il materiale documentario a disposizione dei budōka non collegati al dojō di Narita è sempre stato pressoché nullo, per lo più frammentarie trasposizioni orali, talvolta in contraddizione fra loro. In buona sostanza mancava un testo di riferimento. Si tratta di un lavoro di cui la maggior parte dei maestri nostrani ignorava perfino l’esistenza. Alcuni, negli anni passati, avevano persino sostenuto che questo libro non fosse mai stato pubblicato.
Se appare come un testo di difficile comprensione per un lettore privo di conoscenze marziali, risulta invece formativo, istruttivo e filologico per tutti coloro che seguono la disciplina con assiduità da almeno un decennio. Per chi come me ignora la bellezza della lingua germanica e ha però goduto dell’aiuto di straordinari traduttori, è stato un ambizioso impegno di “scuci e ricuci” di ogni singola partizione, per cercare di avvicinarsi il più possibile al significato intrinseco dei vari passaggi. O perlomeno, così ho cercato di fare. Stabilire se il testo sia stato ben tradotto è di conseguenza cosa per me impossibile, una fiducia incondizionata va riconosciuta a chi si è speso in un’opera tanto difficile, presentando concetti complessi destrutturati in ogni singola parte.
Per quanto il Maestro Sugino abbia intrapreso rapidamente un proprio percorso marziale, fondando un suo dojō e divenendo un autonomo istruttore di Katori, non dimentica di citare i suoi Maestri e di usare parole di riconoscenza per l’aiuto ricevuto nella stesura del libro: “[…] inoltre un ringraziamento particolarmente sentito per il generale sostegno in merito alla stesura del libro al signor Iizasa, come anche a Shiina Ichizō sensei, Kanai Saku sensei, Kamagata Minosuke sensei, Tamai Saidō sensei, Hayashi Yazaemon sensei, Isobe Kōhei sensei.” Si tratta di alcuni fra i più insigni Shihan della Tenshin Shōden Katori Shintō Ryu; Hayashi Yazaemon, classe 1882, allievo diretto del maestro Yamaguchi Kumajiro, sarà il meritorio insegnante di Otake.
Le varie introduzioni all’opera denotano uno spirito diverso a seconda dell’interlocutore, quella a mio giudizio più interessante è scritta dal Soke Kinjiro. Dalle sue parole emerge un melanconico legame col periodo pre-moderno ante epoca Meji, “… siamo rimasti fedeli alla bellezza spirituale antica …” e si rifà ad una purezza che trae origine dai tempi del Fondatore. Prosegue citando la creazione del Nihon Kobudō Shinkōkai e la possibile formalizzazione di un solo stile ufficiale di spada. E’ probabilmente in ragione di questa supposta sciagura che si sono impegnate le migliori forze divulgative per far conoscere “… alcuni capitoli dell’arte della guerra (heihō) dello Shintō Ryū”. Ne deriva che la sollecitudine a pubblicare questo libro, in grado di mettere in evidenza una parte dell’incredibile conoscenza marziale depositata negli archivi e nella coscienza della ryu, è motivata a non far entrare la scuola in un processo di razionalizzazione che possa snaturare o inglobare l’istituto marziale all’interno di un nuovo corpus amministrativo, distante dalla sua tradizione. Se ne palesa così parte della ricchezza culturale celata dietro anni di reticenze, occultamenti e nascondimenti del patrimonio. E’ infatti nelle parole di Sugino che è possibile recuperare quel ritegno all’opera di divulgazione “… il nostro stile è una scuola segreta, riservata agli shinmonsha (quelli che hanno stretto un patto con il dio), ai loro allievi monjin, che vengono istruiti nell’arte stessa, ed è strettamente vietato mostrarla ad altri, o parlarne (in particolare chiacchierarne). (…) Quindi è estremamente imbarazzante offrire l’arte al pubblico dominio.”
Il libro è dichiaratamente concepito come un compendio delle forme base, utile a chi voglia approcciarsi allo studio del Katori Shintō Ryū ma è soprattutto uno strumento indispensabile per tutti quegli istruttori che abbisognano di un testo di riferimento completo di esercizi.
Per quanto sia riportato senza alcuna omissione l’elenco completo del programma di studio, che spazia dalla spada al bastone, dalla naginata alla lancia, dall’uso della spada corta a quello delle due spade, fino a descrivere l’elenco completo delle tecniche di Ju Jutsu e dei vari livelli di approfondimento, nel testo vengono presentate – per quanto in maniera estremamente dettagliata –
solo alcune armi e un certo livello di conoscenza: Iai Jutsu, Ken Jutsu, Naginata Jutsu e Bō Jutsu. Si tratta naturalmente dei cosiddetti insegnamenti pubblici (omote waza). Le tecniche segrete (ura waza), così come il corpus delle altre materie quali Sō Jutsu, Ryōtō, Kodachi e Ju-Jutsu, vengono esplicitamente rimandate a un’altra occasione. E’ infatti dall’elenco completo delle materie della scuola che si comprende come ogni arma abbia più livelli di apprendimento: la parte Omote, la parte Gogyō e la parte più occulta o segreta o profonda detta Gokui.
Sugino traccia rapidamente un excursus che passa dal concetto di Budō all’etichetta che bisogna seguire prima di ogni allenamento, dall’atteggiamento mentale che bisogna assumere al Dojō alla postura, fino alla dimensione e lunghezza delle armi. Un capitolo piuttosto interessante e spesso poco indagato è quello sullo Kiai, che viene descritto “… come un momento in cui si armonizzano, mescolandosi, spirito, corpo e tecnica.” Un aspetto piuttosto curioso, in aperta contraddizione con l’abitudine consolidata dalla maggior parte dei dojō che praticano Katori, è che il Maestro Sugino raccomanda di fare esercizi di riscaldamento prima di ogni allenamento. Dopodiché, il testo si concentra sulla declinazione dei kata di Iai Jutsu, Ken Jutsu, Naginata Jutsu e Bō Jutsu.
Da questo momento in poi il saggio permette di riconoscere più che lo spirito dell’epoca in cui è stato scritto o i riferimenti storici della scuola, l’atteggiamento fortemente scrupoloso e attento del maestro Sugino nell’acquisizione dei movimenti e delle forme base. I singoli kata vengono destrutturati e spiegati passo dopo passo. I budōka contemporanei possono così assaporare lo spirito e l’approccio del metodo del Maestro Sugino Yoshio al Katori Shintō Ryū.
A dispetto delle annose dispute sul portamento da assumere durante le varie kamae, le numerose fotografie che accompagnano le diverse argomentazioni, per permettere di comprendere al meglio lo svolgimento dei kata o la forma da assumere nelle varie guardie, restituiscono una indelebile conferma della postura che il Maestro faceva conferire ai praticanti. I protagonisti del contributo fotografico sono numerosi, ma fra tutti emerge un bimbo di undici anni che completo di hakama e keikogi assolve il compito di rappresentare tutta la giusta movimentazione del Bō Jutsu; si tratta di Sugino Mitsuaki-kun, il secondo figlio del Maestro Sugino.
Il libro sembrerebbe rispecchiare lo stile del manuale originale, anche se sono state ovviamente aggiunte nuove note a cura dell’attuale Soke e del figlio dell’autore; l’attuale reggente del dojō di
Kawasaki è infatti il Maestro Sugino Yukihiro. Infine, c’è un supplemento di trenta pagine che comprende una panoramica storica dello Yuishinkan dojō e un utilissimo glossario con le spiegazioni sulle tecniche e le distanze.
Per qualsiasi praticante di Katori inevitabilmente sorge spontaneo un confronto col testo curato dal Maestro Ōtake Risuke “Katori Shintō ryū”, Eredità e Tradizione – La Spada e il Divino, pubblicato la prima volta nel 1978 e ristampato nel 2011. L’ultima opera copre tutta la materia marziale, parte dallo Iai Jutsu e passando dal Ken Jutsu, affronta via via tutte le armi non dimenticando Ryōtō, Kodachi, Yari e Shuriken. Alcune pagine sono dedicate alla Jujutsu, disciplina che dai più era considerata perduta. Particolare singolare è che oltre alla parte Omote viene presentata anche la componente Gogyō del Ken Jutsu. La principale differenza col libro del Maestro Sugino è che vi è un’assenza pressoché totale di spiegazioni sull’esecuzione di ogni singolo kata, tutto è basato sulla documentazione fotografica. Diversamente il Maestro Sugino si spende in innumerevoli annotazioni su ogni singola kamae.
La scuola è a tutta evidenza la medesima, cambiano solo alcuni particolari; la ricerca delle differenze è un gioco per cercare di capire chi ha mostrato di più e chi invece ha preferito tenere nascosti certi particolari, anche se nello Iai alcune esecuzioni sono radicalmente difformi, come è per esempio in Happoken. Nella descrizione del kata di Iai Kusanagi no ken, la guardia di tateichimonji è riportata come un momento di transizione tra yoko ichimonji (o torii no kamae ) e jodan no kamae, mentre nell’esecuzione di Ōtake questo movimento si rivela più come un atemi per colpire l’avversario con la tsuka che un formalismo. Se l’estrazione è assolutamente identica, così non è per il rinfodero, che è diretto per lo stile di Ōtake mentre per quello di Sugino passa prima dalla spalla sinistra. In generale l’esecuzione dei kata è molto più dinamica nella forma di Otake con salti frequenti sia nello Iai che nel Bō, mentre quello di Sugino sembra essere più rigoroso nella forma ma di carattere più estetico. Curiosamente sono state registrate alcune difformità nominali tra i due testi nella lista delle tecniche.
Se il Maestro Sugino scrive un trattato spiccatamente tecnico ad uso dei praticanti e dei loro insegnanti, con spirito militante, il Maestro Ōtake esalta la visione esoterica insita nella scuola.
L’aspetto spirituale è un tema a lui caro, la comprensione dell’heiho è la chiave della pratica, introduce i concetti di In-Yō-Gogyō, di Tonkō e hōjutsu, spiega che la scuola attinge allo studio dell’astronomia, della geografia e dell’arte della divinazione. Spiega il riferimento ai dodici segni temporali e alle nove figure dell’astrologia cinese. Affronta il Buddhismo esoterico (Mikkyô) e l’arte della spada giapponese, descrive estesamente come le filosofie buddhiste e taoiste abbiano avuto profonda influenza sul Katori Shintō Ryū. Diversamente Sugino si limita a dichiarare le radici shintōiste della scuola di Katori. A conferma del diverso approccio educativo si può citare il fatto che la scuola del Maestro Ōtake ha mantenuto il keppan, ovvero, un allievo della scuola può considerarsi tale solo dopo aver svolto il rituale di adesione che prevede la firma del documento con una goccia del proprio sangue. E’ un formalismo, ma dalla forte carica evocativa. Esoterismo e spiritualità.
D’altra parte, il Maestro Michel Coquet, rappresentante della scuola di Ōtake in Francia, ha spiegato in numerose pubblicazioni che l’arte intrinseca della scuola è quella di perseguire la pace, che la pratica deve valorizzare il concetto di armonia, dualità, assenza di ego, ricerca dell’equilibrio interiore. E’ uno dei pochi praticanti di Katori che ha cercato di spiegare i vari livelli di pratica come un percorso verso l’evoluzione spirituale. Termini come Fudo-shin, l’utilizzo del Kiai, etc. vengono dispiegati per imparare a disciplinare i nostri istinti più primitivi, l’utilizzo di una pratica armata per raggiungere l’arte della intesa morale. Gli attuali allievi della scuola di Katori sono oggi di fronte ad almeno due correnti principali all’interno della tradizione, quella del Maestro Ōtake e quella del Maestro Sugino; all’interno della prima troviamo anche il Maestro Shiigi Munenori. Quest’ultimo ha recentemente pubblicato (2013) un libro sul Katori Shintō Ryū e due dvd in cui rappresenta l’intero percorso didattico della scuola di Katori. Sono contributi che auspichiamo di studiare quanto prima, purtroppo il testo è rintracciabile solo nella lingua originale.
Il Maestro Munenori è figlio del Maestro Shiigi Keibun, un allievo diretto di Hongu Toranosuke; nato nel 1898 ha studiato insieme alla coautrice del libro di Sugino e al maestro di Ōtake. Sulla sua scheda personale è precisato che è stato insignito del titolo di Kyoshi dal ventesimo caposcuola di Tenshin Shōden Katori Shintō Ryū Iizasa Yasusada e che ha studiato presso lo Shinbukan Dojo del Maestro Ōtake Risuke. Oggi ha intrapreso un percorso didattico che lo ha portato a rivalutare l’approccio formativo dello Shihan Toranosuke, l’insegnante di suo padre, ottenuto attraverso lo studio dei documenti di famiglia. Da un filmato reperibile sulla rete è riconoscibile lo stile molto dinamico proprio della scuola di Ōtake.
Quest’oggi la segretezza è venuta meno, i filmati del Maestro Ōtake sono un utile compendio all’insito bisogno di comprensione, filmati in bianco e nero ci mostrano il Maestro Sugino che si esercita nei kata occulti alla presenza di un folto pubblico. In realtà, a tutta evidenza, non vi sono segreti particolari da svelare: si tratta solo di un percorso didattico molto, molto lungo. Superata l’acquisizione degli elementi fondamentali, i movimenti di base, la precisione nell’esecuzione, il
giusto tempo e una distanza corretta sono l’oggetto di una ricerca infinita. Quando, nel mezzo dei kata avanzati si coglie un aspetto intrinseco, bisogna portarlo nei kata di base. E’ un passaggio che si ripete instancabilmente come nel nastro di Moebius, con una propensione a migliorare costantemente.
Se l’insieme è maggiore della somma delle parti ci si presenta un’ottima occasione per assorbire il diverso contributo di questi Maestri, che unitamente restituiranno una visione più completa. In conclusione, una cosa è certa e va riconosciuta, se il Maestro Sugino Yoshio non avesse favorito la diffusione del Katori Shintō Ryū oggi noi difficilmente saremmo a conoscenza di questa disciplina e il portato culturale di questa scuola sarebbe rimasto circoscritto; grazie alla sua lungimiranza è divenuto un portato collettivo. Inoltre, molte polemiche sono state seminate, rivendicando appartenenze o interpretando esclusioni ma al di là delle diverse declinazioni il Tenshin Shōden Katori Shintō Ryū appare a tutta evidenza una scuola indivisibile con un portato di cultura tradizionale fuori dal comune.

Claudio Lamonica, dojō cho del Kasumi dojō
Milano, ventiseigennaioduemilaquattordici.

Tameshigiri Serrano

Ecco la clip del seminario di taglio del prosciutto presso il MuShinKan Dojo … e’ stata una bella e gustosa esperienza indubbiamente più saporita di quelle di taglio dei paglioni.

Complimenti e auguri di buone feste a tutti coloro che hanno partecipato e a chi avrbbe voluto ma non poteva