SEVERI SAMURAI O ORFANI DI GOKU?

Cortesemente da un amico riceviamo e con piacere pubblichiamo:

Non sono frequenti le riflessioni sulle Arti marziali ma a volte compaiono, seppure in forma frammentaria.
Occhieggiano tra un articolo e l’altro delle riviste specializzate, si trovano in alcune monografie di vecchi Maestri, o in traduzioni più o meno fedeli dell’inglese-americano, spuntano sul web appesantite da miriadi di polemiche e sbeffeggiamenti reciproci, spesso dando vita a vere e proprie guerre di religione. Qual è l’Arte Marziale (AM) più antica? Quale di esse ha i Maestri più accreditati? E’ diventata del tutto inutile, vista la nascita dei sistemi di autodifesa? E tra questi, qual è quello più efficace?
A proposito di questi ultimi occorre dire che sono nati per lo più in ambito militare, studiati per le guerriglie o testati dalle forze di polizia per reprimere rivolte di piazza. La maggior parte dei praticanti non operano in tali settori, pur essendoci una consistente minoranza di esperti che lavora con le forze dell’ordine.

Devo pertanto premettere che nella riflessione che esporrò, il praticante medio di AM o degli Sport da combattimento (SdC) non pratica per vivere ma lo fa per tutti i vantaggi che tale esercizio comporta. Molte delle considerazioni che esporrò non sono attinenti alla realtà di coloro che, vuoi per meriti personali agonistici, vuoi per tradizione familiare fanno delle AM, degli SdC o dei sistemi di difesa la professione principe da cui traggono di che vivere. Il mio ragionamento, poi, potrebbe valere per chi amatorialmente, pratica una qualsiasi disciplina sportiva con regolarità (diventando pure istruttore, in alcuni casi) e pur non essendo in senso proprio un professionista, grazie ad allenamenti costanti e mirati giornalieri o quasi, riesce nel tempo ad acquisire discrete capacità di prestazione e a fare delle riflessioni sulla disciplina e sulla pratica. Il dilettante consapevole, dunque, ha tutti gli strumenti per dire la sua. In tale riflessione mi piacerebbe avere dei pareri di quanti si sentono di riflettere con un tale orizzonte.

Nel 1998 Riccardo Pedrini ha scritto una puntuale analisi del mondo marziale nel volume Ribellarsi è giusto (Castelvecchi, Roma), mettendo in luce sia i percorsi storici, sia l’apparato ideologico che li sottende, sia gli abusi “mistici”. Partirò da alcuni suoi intelligenti spunti per riflettere non tanto sulle ideologie (lo ha fatto già lui, esaurientemente), quanto sui risvolti psicologici e relazionali che animano la vita di parecchie palestre. Premetto che tali analisi deriva sia dalla frequenza di diverse dojo (anche come ospite temporaneo), sia dai racconti e dal confronto con molti altri praticanti, sia dalle polemiche sul web.

Le pecche maggiori di una gran parte di tali luoghi fisici o informatici nascono dal fanatismo di alcuni istruttori che spesso genera dinamiche degne del più bieco nonnismo, unitamente a deliri misticheggianti o di onnipotenza combattiva.

Tutti elementi che possono fare, a seconda delle combinazioni di un fato capriccioso o imprevedibile, la fortuna o la disgrazia di una palestra, di una scuola o di un Maestro.
In queste mie note di riflessione non mi addentrerò nella polemica sui “cattivi maestri”. E’ un lavoro del tutto inutile, chi vende fuffa prima o poi viene scoperto e inoltre i fenomeni da baraccone ci sono in tutti i settori, bisogna farsene semplicemente una ragione.

L’ANALISI DI PEDRINI:

Pedrini sottolinea la genesi di tutti i modi di combattere in maniera sinteticamente efficace:
“Niente di ossessivo o di letterario. Si lotta per la vittoria, si lotta per la sopravvivenza, si lotta per la dignità” (op. cit., pag. 31).
Sostanzialmente, afferma, in tutti i continenti, in passato, lo scopo delle discipline marziali non era quello di mostrare forme esteticamente attraenti, ma di potere, attraverso queste forme a vuoto, allenare i soldati a combattere per la sopravvivenza. Le tradizioni orientali e occidentali contenevano e contengono spesso elementi in comune e altri invece dissimili. Molte scuole, ad esempio, svolgevano gli allenamenti su terreni più o meno accidentati, o di contro, nel chiuso di ambienti.
In molte scuole i praticanti erano a piedi nudi, cosa quanto mai improbabile nell’occidente postmoderno: quante aggressioni si compiono in riva al mare o in piscina?

Oltre alle mutate condizioni ambientali sono oggi profondamente cambiati stili di vita, abitudini alimentari, struttura fisica dei praticanti. Inoltre le pratiche marziali e di combattimento non sono più appannaggio di caste guerriere i cui membri erano tutti di sesso maschile e di forte tempra fisica. Discipline che richiedevano la maturità fisica virile vengono impartite, nelle linee elementari e con un approccio ludico, ai bambini delle scuole elementari.

La didattica delle discipline è quindi nettamente cambiata poiché i praticanti sono diversi, anche se i puristi vorrebbero limitare la diffusione di AM e SdC solo a chi ha la possibilità di allenarsi in modo semiprofessionistico o professionistico. Altro discrimine fondamentale, di cui Pedrini parla diffusamente, è l’esistenza stessa dell’arma da fuoco che ha azzerato ogni possibile abilità fisica del soldato allenato a mani nude o all’arma bianca. Tale sconfitta del mondo feudale nipponico causata dalle “bocche tonanti” è efficacemente esemplificata in una delle ultime scene dei sette samurai del grande regista giapponese Akira Kurosawa. Uno dei protagonisti cade dopo una strenua battaglia con katana e armi bianche e deve soccombere alla potenza dei fucili.

Negli ultimi 20 anni sono proliferati numerosi sistemi di autodifesa che hanno distillato poche tecniche efficaci di braccia e di gambe per reagire in modo efficace a un’aggressione.
La maggior parte di tali sistemi sono nati in ambito militare e vengono effettivamente usati dagli eserciti e dalle polizie di tutto il mondo per fronteggiare spesso combattimenti violentissimi corpo a corpo. Naturalmente il personale addestrato è sottoposto a un notevole surmenage atletico per raggiungere prestazioni di grande efficacia. Bisogna chiedersi, per onestà scientifica, quali possono essere i risultati presso i praticanti dilettanti nel corso di due o tre allenamenti settimanali e soprattutto, come invece molti corsi di tale tipo assicurano, dopo un breve tirocinio di sei mesi o un anno.
Non bisognerebbe riflettere sul fatto che il corpo ha più tempo per rendere automatiche certe reazioni?
In tale frangente conta infatti, a mio parere, l’elemento del business commerciale: ciascuno afferma perentoriamente che il proprio sistema di autodifesa è il migliore in assoluto, cercando o meno di addurre le prove nei numerosi fatti di cronaca relativi alle aggressioni.

Per non parlare poi delle diatribe AM, SdC, Mixed Martial Arts, sistemi, etc. … : non basterebbe una mole di volumi pari a quelli dell’Enciclopedia Britannica per illustrare. Alla fine ciascuno resterebbe comunque della propria opinione anche perché nessuno riesce a ricostruire al cento per cento una vera aggressione in palestra e comunque le variabili della medesima sono veramente infinite e imprevedibili.
Non è da sottovalutare, ad esempio, la stazza, l’età e la capacità di reazione della potenziale vittima: la ragazza mingherlina ha sicuramente meno chances del robusto giocatore di basket dall’aria truce (ammesso, e non concesso, che qualcuno abbia voglia di aggredirlo). Il panico può afferrare, nel caso di un agguato violento, anche il settimo dan di una disciplina marziale.

L’istruttore di Krav Maga sorpreso nella sua villetta da una banda di ex-mercenari di una delle tante guerre che hanno insanguinato l’Europa potrà avere qualche chance in più all’inizio ma sarà difficile infine non cadere nelle mani dei suoi violenti antagonisti (i cinque contro uno che combattono uno alla volta e vengono atterrati dall’eroe di turno si vedono solo nei telefilm di Chuck Norris).

Non bisogna essere degli psicologi ferrati o avere le statistiche alla mano di agguati ed aggressioni per arrivare a capire che le variabili in gioco sono parecchie e che al di là di tutta una serie di accorte precauzioni, la realtà è ben lontana dai film di Kung fu o dalle serie poliziesche sui corpi speciali. Infine, il possesso sempre più diffuso di armi da fuoco è quanto fa realmente la differenza.

Nel capitolo “Smontiamo l’invincibilità” Pedrini argutamente sottolinea: “Meglio la dimensione fondamentalmente ludica degli sport da combattimento a contatto pieno che diventare appendici di schemi e videogiochi o adepti di fumosi sistemi cognitivi che magari promettono in sovrappiù chissà quale “emancipazione spirituale”. Questo comunque, è quanto di “marziale” è rimasto e continua ad essere praticato in questa società“ (Pedrini, op. cit, pag.45).

E’ vero, abbiamo parlato dei numerosi ciarlatani. Il fenomeno c’è, bisognerebbe diffondere l’idea, per chi si accosta alle AM che non sono necessariamente collegate a una via spirituale. Insomma, ci si prende a pugni e non si fa filosofia! Tuttavia bisognerebbe tenere conto anche di altri risultati che emergono in merito sia al fatto tecnico che al fatto psicologico, in primis quelli relativi al controllo e all’autocontrollo nel combattimento (o nell’uso di un’arma bianca), su cui normalmente si tace.

L’aspirante praticante dovrebbe anche avere chiaro che la spettacolarizzazione del combattimento in ambito cinematografico non ha nulla a che vedere con la lotta concreta e reale né con la gara sportivizzata ma che è una disciplina a sé stante. Nell’ultima versione di Sherlock Holmes o nei film di cappa e spada degli anni ’50 e ’60 (come in quello più recente del capitano Alatriste, tratto dall’omonimo romanzo di Pérez-Reverte) sono stati impiegati istruttori per rendere la lotta uno spettacolo nello spettacolo comprese tante finte. La pratica quindi sottende che si conoscano tutti i distinguo del caso, avrebbe diritto ad avere tutte queste informazioni e diciamo pure quali sono gli incidenti cui può andare incontro. Sarebbe una prova di onestà intellettuale, nonché di moralità e renderebbe la pratica più consapevole e l’attenzione degli allievi sarebbe maggiore.

In tutta questa opera di consapevolizzazione e di discernimento bisogna dire che i manga e i videogiochi non rendono certo un buon servizio. Questo perché qui dobbiamo toccare un altro tasto dolente, una chimera che tocca gli aficionados sia delle palestre che della consolle: il mito dell’invincibilità.
E’ un mito profondamente radicato nella nostra cultura (basti pensare all’Iliade e all’Odissea), e certamente movies e videogiochi contribuiscono a risvegliarlo e a irrobustirlo nell’immaginario collettivo. Il fatto che nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza certi archetipi servono per superare le paure tipiche di questa età di passaggio, sono proiezioni fantastiche di cui la psiche ha bisogno per crescere. Il problema è quando tali fantasie passano supinamente sul piano di realtà o peggio, proseguono oltre la prima adolescenza (nei casi disgraziati, oltre la quarantina). A questo punto il mito dell’invincibilità prende la piega patologica del delirio di onnipotenza con risultati anche pericolosi: i peggiori si identificano nel sergente cattivo di Full Metal Jacket e, se sono istruttori, la vita in palestra diventa impossibile, tanto da far scappare a gambe levate quelli più equilibrati.

L’ETERNA ADOLESCENZA DEGLI ORFANI DI GOKU.
Bisognerebbe partire dai dati di fatto per analizzare qual è la buona pratica delle AM e degli SdC. Praticare non basta, è la base naturalmente ma spesso bisognerebbe anche mettersi a pensare se determinati atteggiamenti e posizioni sono proficui oppure no, interrogarsi su certe dinamiche di gruppo. Nelle AM e negli SdC si dovrebbe aver chiaro, come negli sport tradizionali a coppie, individuali o singoli, che tali pratiche non sono altro che una ritualizzazione del conflitto, un’attività fisica più o meno impegnativa (a seconda del tempo profuso) per affrontare ed educare le proprie pulsioni aggressive (o, di contro, per vincere le proprie paure). Il tutto incanalato in un combattimento che, per forza di cose, ha delle regole precise da cui viene informato e delle regole di rispetto dell’avversario dalle quali non si può derogare, pena la mancata incolumità fisica (e aggiungerei anche psicologica) dei contendenti. Le regole di combattimento e di pratica dovrebbero valere per tutti. Queste considerazione appaiono a prima vista banali e logiche ma spesso non lo sono affatto. Molti, presi nei loro deliri adolescenziali di onnipotenza e di invincibilità, non accettano regole o lo fanno solo a parole perché poi, non appena se ne presenta l’occasione, le infrangono causando spesso anche danni fisici ai propri compagni di pratica.
Intendiamoci: questi tipi di problemi non esistono solo in ambito marziale.

Ogni buon allenatore di una squadra amatoriale di calcio sa che spesso, dietro integerrimi signori, si nasconde in campo il teppistello pronto a spaccare le gambe all’avversario. A questo punto sta all’intelligenza dell’allenatore fermare e punire il giocatore scorretto, oppure, nei casi più pervicaci, escluderlo dalla squadra.

Il fatto più frequente, invece, in molte palestre di AM e di SdC, è proprio questo: l’allenatore stesso (che non è cresciuto di testa), in maniera più o meno diretta, fa capire a chi infrange le regole che è giusto “andare fino in fondo” (in omaggio al realismo dello scontro) ed è il migliore quello che picchia sodo, regole e non regole. E alle proteste degli infortunati la risposta è sempre la stessa: “Stiamo facendo karate, judo, muay thai, aikido, krav maga, mica uncinetto.”

L’incidente occasionale è tipico naturalmente di parecchie attività umane, marziali e non : un mio conoscente ha avuto il cristallino fracassato da un colpo violento durante un doppio misto di tennis!
Tuttavia bisognerebbe riflettere in ogni singola realtà territoriale e magari (ma non so se sia concretamente possibile) procurarsi la tipologia e l’incidenza degli infortuni in alcune palestre e in determinate discipline. A volte comunque una verifica empirica di quanto spesso capita troppo frequentemente ad altri praticanti in determinate situazioni e con determinati istruttori e maestri dovrebbe mettere sull’avviso i compagni di pratica più accorti e risvegliare in modo critico quello che in termini giuridici si chiama “la diligenza del buon padre di famiglia”.

Aggiungo poi che, vista che la stragrande maggioranza di praticanti e una buona percentuale di istruttori vive di un altro lavoro o cespite, mi sembra molto poco saggio rischiare di farsi male sul serio, spesso con gli strascichi di danni fisici permanenti o cronicizzati.

Alla pretesa dell’invincibilità si associa quella dell’efficacia. Abbiamo però già visto come tale dogma sia facilmente confutabile per tutte le variabili che entrano in gioco. In ogni caso, come è stato già esaminato, esso è una formidabile molla commerciale per attirare più allievi possibili.
Pedrini illustra anche come la spinta “spiritualistica” muove parecchi tra coloro che ricercano in modo spasmodico l’esoterismo guerriero a tutti i costi:

“(…) Credo che di fronte alla mistificazione e all’incredibile, tronfia, sistematica sopravvalutazione di se stesso che l’ambiente marziale pratica e conduce in nome di oscure e mal digerite idealità, sia giunto il momento di smitizzare, di desacralizzare, di dire le cose come stanno: che la pratica dell’arte marziale come è sempre stata praticata nei contesti tradizionali originari è socialmente impossibile, impossibile preservarne i valori, a meno che non ci si accontenti di venerare vuoti simulacri. Non ci interessa in questa prospettiva, evidentemente, citare casi e individualità che sembrano smentire queste tesi. Smitizzare, porre questioni, agitare le acque di un ambito chiuso claustrofobicamente in se stesso, perso dietro diatribe del tutto futili e che sembra non avere alcuna intenzione di porsi il quesito fondamentale: che senso hanno, qui e ora, le arti marziali?. La risposta non può essere fumosa, individualistica, consolante e velleitaria. Se esiste deve essere chiara e serena.” (Pedrini, op, cit., pag. 53).
Trasmissione di tecniche quindi, ma fortemente decontestualizzate.

Questo approccio laico permette un distacco maggiore e sano nel praticante che non si farà così coinvolgere in atteggiamenti fideistici poco compatibili in un contesto attuale.
In questa cornice “quelli disposti ad arrivare fino in fondo nel combattimento” in nome di una presunta veridicità cadono palesemente in contraddizione e proprio sul piano tecnico.

Se un’AM o uno SdC si fondano non solo su un bagaglio tecnico ma anche su regole, chi non rispetta le stesse fa qualcos’altro, si trova fuori dei dettami della disciplina, insomma si pone al di fuori dello schema che costituisce quel particolare tipo di pratica. In soldoni, ha voglia di menare e mena.
Mi sento, in tale direzione, di contestare anche le pretese di invincibilità dei sistemi di Difesa Personale (DP).

Le tecniche applicate in ambito militare non sempre valgono nei frangenti della vita civile (esiste, a tale proposito, tutta una casistica legale connessa a “incidenti” causati da persone addestrate nella difesa personale). Di solito poi, il praticante di tali sistemi non ha alle spalle il lungo e giornaliero allenamento degli addetti al settore. Le variabili anche psicologiche e di reazione sono proporzionali alla pratica intensa e professionale, alle dimensioni e alla preparazione atletica dell’avversario, alle circostanze esterne in cui avviene tale aggressione. In certe situazioni estreme non so quanto possa valere il bagaglio tecnico acquisito. Nel caso dell’assalto di una villetta isolata da parte di cinque o sei disperati armati, che cosa si può fare di tecnicamente valido se gli stessi tengono in ostaggio moglie e figli? E’ pur sempre vero che chi ha a disposizione ore di allenamento costante anche se non intensivo sarà sempre più avvantaggiato del pantofolaio piazzato davanti alla televisione ma è vero pure che le promesse di invincibilità propagate da certe palestre, siano esse di AM, di SdC o di DP, non esistono. Insomma è la novella versione dell’Elisir del Dottor Dulcamara in salsa marziale.

I BENEFICI CONCRETI DELLA PRATICA

Parliamo invece dei benefici concreti della pratica. Il miglioramento dei riflessi, una migliore coordinazione motoria e soprattutto la percezione dei limiti del proprio territorio (limiti che non devono essere oltrepassati non solo per la propria incolumità e per il proprio benessere fisico, ma anche per quello psicologico), uno stimolo al metabolismo innescato dalla pratica costante, un miglioramento dell’umore, etc. etc. … sono tutti benefici concreti della pratica marziale o degli SdC, comuni comunque all’attività fisica in genere.

Di solito si ha una ricaduta psicologica positiva: sentirsi bene con il proprio corpo aiuta anche a stare bene con se stessi e a trovare un migliore equilibrio psico-fisico.
Il praticante che ha “risvegliato” i propri riflessi ha per esempio anche la possibilità di limitare i danni in caso di incidenti ed evitare gli stessi, a volte. Quindi ha una chance in più non solo in caso di aggressione ma di imprevisti in genere. Chi si esercita a rimanere in piedi durante il combattimento avrà meno possibilità, nella vita di ogni giorno, di cadere o di farsi male in molte situazioni ad esempio nel corso di una brusca frenata dell’autista su un mezzo pubblico.

Il discrimine, comunque, rispetto ad altre attività fisiche consisterà principalmente nella percezione dei limiti del proprio territorio. Tale percezione abituerà il praticante a non farsi “invadere” in numerose situazioni della vita quotidiana. Imparerà a dire più facilmente di no e avrà un atteggiamento fermo al lavoro verso le intrusioni di colleghi e di capi perché avrà allenato il suo intuito a percepire e a prevenire le intrusioni stesse. In famiglia sarà capace di contenere le pretese pretestuose dei familiari che spesso provocano situazioni squilibrate nei rapporti interpersonali. Un single, se in grado di sapersi ascoltare grazie a questa percezione, potrà meglio capire, all’inizio di una relazione, quali sono le intenzioni dell’altro/a. Sarà preziosa, in questo caso, l’abilità appresa sul tatami di capire chi ci sta di fronte, soprattutto quali sono le sue intenzioni. Insomma il dilettante tenace e serio dovrebbe riuscire a sviluppare anche buone pratiche sociali di relazione. Naturalmente questo è solo in linea di massima. Abbiamo avuto tutti, chi più o chi meno, l’esperienza di veterani di alto profilo atletico chiusi nel loro irrimediabile narcisismo e privi di empatia non solo sul ring o sul tatami. Infatti questo interscambio, corpo-psiche, vita di relazione vale per chi avrà digerito e rielaborato, a qualsiasi età, le pretese di onnipotenza e di invincibilità e nel casi di maestri accreditati e acclamati chi sarà stato in grado di gestire e ridimensionare il proprio successo. Insomma chi, indipendentemente dal grado e dall’esperienza, sarà diventato un praticante adulto.

FATTI INELUDIBILI: IL ’68, IL ’77, IL RIFLUSSO.

La grande maggioranza delle AM e degli SdC si sono diffusi capillarmente con il boom economico e poco prima della grande stagione di rivolgimenti storico-sociali: il ’68, il ’77 e il successivo riflusso.
Questo retroterra storico non è eludibile: ha cambiato la mentalità e lo stile di vita di gran parte dei ceti popolari e medi che hanno usufruito anche di novità culturali (comprese nuove forme di attività sportiva e di utilizzo del tempo libero). Il fatto di dedicare alcune ore a una pratica fisica ha permesso dei cambiamenti anche sul benessere fisico e ha esteso questi cambiamenti anche a chi non era interessato a una pratica di tipo competitivo o non si dedicava agli sport (ad esempio le donne). E’ chiaro però che un approccio democratico alle attività fisiche (che si è esplicato grazie anche allo sviluppo di attività del settore, come l’Arci, ad es.), confligge con la forma mentis prettamente autoritaria di gran parte delle AM e degli SdC. Spesso infatti questa mentalità impositiva implica non solo una disciplina ferrea ma comprende anche i corollari negativi che tale forma genera. Di solito tale mentalità autoritaria implica l’esclusione o l’emarginazione dei soggetti ritenuti “deboli”, siano essi maschi mingherlini, gay veri o presunti, donne. Nelle dinamiche di gruppo si forma anche la logica del capro espiatorio o di contro, del pupillo che può permettersi con gli altri tutto quello che vuole. Spesso in queste situazioni ricorre quanto sopra abbiamo accennato:
Il pupillo o i pupilli possono anche essere scorretti, l’istruttore farà finta di non vedere perché li ritiene tosti e giusti. In molte discipline orientali, poi, l’indiscutibilità del sensei viene portata al parossismo. Come già visto Pedrini privilegia l’aspetto ludico degli SdC rispetto al contrabbando ideologico di alcune palestre di AM. Bisogna tuttavia notare che spesso l’aspetto competitivo portato all’eccesso negli SdC porta ad altre situazioni estreme. Infatti in molte palestre non si tiene conto dei limiti fisici e di età dei praticanti con conseguenti incidenti più o meno gravi dovuti alla mancanza di controllo. Nella DP l’origine militare della stessa porta ad atteggiamenti a volte fortemente machisti. A questo punto è chiaro che un sincero democratico (magari anche di sesso femminile, soprattutto se ha interiorizzato certi percorsi di vita, come vedremo in un capitolo successivo) non può sottomettersi a tali gioghi e giochi psicologici (anche perché la posta in gioco può essere spesso l’incolumità fisica). Oserei dire che molte fini ingloriose di palestre e di corsi nascono proprio da questo conflitto di mentalità: l’occidente libertario non si sottomette all’autoritarismo sotteso a pratiche tradizionali (o anche “moderne”) che viene contrabbandato come male necessario per la pratica stessa.

LA RICERCA DELL’AUTONOMIA
Torniamo al concetto che il benessere fisico del praticante, se la pratica è intelligente, è una naturale conseguenza della pratica stessa. Per pratica intelligente intendo quella di praticanti adulti, che evitano tutte le derive di cui sopra e che si rispettano reciprocamente. In tali condizioni ottimali il praticante sviluppa anche uno spiccato senso critico: anzitutto all’interno del dojo, poi nella vita di relazione e successivamente nel contatto con i mass media. La criticità investe infatti tutto l’orizzonte di un essere umano: è come se indossasse un paio di occhiali che gli permettono di mettere a fuoco cose che prima non aveva notato. Quindi la consapevolezza si spinge, con una buona pratica, anche verso il modo di fare informazione (web compreso). Diventare un praticante “a tutto tondo” significa evitare non solo il calcio, il pugno o la bastonata in senso proprio ma anche in senso metaforicamente più ampio. Nella dinamica sintetizzata efficacemente dalla locuzione partenopea “stateve accuorti” dovrebbe rientrare anche una presa di distanza verso le polemiche sterili di certi forum di discussione o di certe famigerate pagine di Facebook (la più famosa chiusa dagli Amministratori dello stesso social network). In questi luoghi informatici, solitamente, si fa a gara a spalare merda gli uni sugli altri, tanto da porsi una domanda ispirata da un buon senso di base: “Ma se la gente sta tanto al PC per fare tutte queste polemiche, quando trova il tempo per allenarsi?”

Per non parlare poi dei fenomeni correlati a tali abusi della rete: in alcuni casi si arriva alle molestie verbali e spesso agli insulti o anche a casi di cyberbullismo. Questi fenomeni sono certo amplificati dalla crisi economica , dalla frustrazione della precarietà di molti soggetti che diventano così esponenzialmente aggressivi, almeno verbalmente. Motivo in più per il praticante adulto per astenersi da simili beghe perditempo.

I PURI E DURI

Nell’ambito di una mentalità autoritaria rientra anche la tipologia di chi dice che l’unico vero allenamento che conta è quello semiprofessionistico o professionistico, il resto (le due-tre volte alla settimana con uno stage ogni tanto non conta, non si progredisce, non si è nessuno). E’ una posizione anche questa, per carità, e alcuni ci riescono. Bisogna mettere naturalmente sul piatto della bilancia l’amore per l’arte, la vita pratica, la vita affettiva e familiare. Personalmente nelle palestre che frequento non vige tale prospettiva e mi trovo contento. Poi, a ciascuno le proprie scelte. Non amo le logiche esclusive ma quelle inclusive. Naturalmente ciò non toglie l’importanza di una pratica costante e paziente. La disomogeneità dei risultati non toglie il fatto che si pratichi comunque quella tale disciplina. Naturalmente si deve tendere sempre al proprio meglio, allo sforzo di dare il massimo. Ma è importante tenere conto dei limiti fisici e temporali. Nella logica dei fatti anche il campione e il Maestro più preparato sono auspicabilmente destinati ad invecchiare e non potranno sempre e invariabilmente essere al meglio. Preferisco insomma non dover dire “Meglio un giorno da leone che cento anni da pecora”. Come argutamente faceva notare il compianto Massimo Troisi “Non si potrebbe fare cinquanta anni da orsacchiotto?” A questa osservazione sulla fugacità della vita e delle forze fisiche dell’essere umano vorrei aggiungerne una sul rispetto fra praticanti. Il Grande Capo Onnisciente ed infallibile va bene per i manga e i videogiochi, nella realtà sarebbe meglio avere praticanti con diversa esperienza ma con pari dignità di esistenza e di azione.

A PROPOSITO DI DIFFERENZE …

Nella notte dei tempi le AM venivano praticate da una ristretta cerchia guerriera deputata allo scopo. La trasmigrazione occidentale e la diffusione di massa cambiano completamente scenari e scopi da perseguire.
Il praticante medio che riesce ad andare in palestra due o tre volte alla settimana partecipando agli stages nel corso dell’anno, pur appassionato e tenace ha caratteristiche molto diverse dagli originari guerrieri orientali ed occidentali. Spesso non ha doti atletiche o fisiche eclatanti, ha costruito le proprie competenze tecniche nel corso di parecchi anni, mattoncino su mattoncino.
Molti praticanti sono donne, anzi, nell’ambito dei corsi di DP sono la maggioranza. La partecipazione in massa a queste attività da parte del sesso femminile ha posto numerose questioni.

E’ stato reso necessario indubbiamente un maggiore controllo nei combattimenti (deprecato dai “puristi” che vedono così intaccata la potenza dei colpi sferrati), oppure, di contro, le praticanti si sono dovute forzatamente adattare a modalità estreme e potenzialmente molto violente. E’ chiaro che una donna, per quanto veloce e per quanto allenata, non potrà avere le stesse doti di resistenza e di potenza muscolare di un uomo ma con il costante allenamento farà comunque dei passi avanti. Molte discipline con armi poi risentono meno delle differenze fisiche; il vero problema, di solito, si incontra nelle discipline in cui si combatte a mani nude. D’altra parte in molte piccole palestre dove il numero dei praticanti è esiguo e non è possibile combattere divisi per sessi, è stato giocoforza introdurre per tutti un maggiore autocontrollo. In ogni caso questa trasformazione, come abbiamo già visto, è stata resa necessaria dall’evoluzione stessa delle discipline e sono state proprie queste modifiche che hanno permesso la diffusione stessa delle singole arti o dei singoli sport da combattimento. Il problema sorge quando la praticante la pensa come i puri e duri e si adatta alla logica dell’”andare fino in fondo”, dimenticando spesso che comunque ha un organismo più delicato e una diversa struttura fisica. Ho conosciuto alcune pure e dure, per fortuna rappresentano una minoranza: la maggioranza delle praticanti sono consapevoli della loro potenzialità fisica e hanno un istinto di conservazione maggiore di noi maschi! Anche qui però per queste donne che pensano con il cervello maschile voglio dire che rientrano nel ragionamento fatto prima. Non hanno chiaro la distinzione tra menarsi e svolgere un qualcosa fatto di regole. Dimenticare sé stesse e scimmiottare il guerriero invincibile diventando poco controllate è una malsana interpretazione per tutti, uomini e donne.

ULTERIORI CONSIDERAZIONI SUI VANTAGGI DI UNA BUONA PRATICA MARZIALE

Una buona pratica marziale (così come una buona pratica sportiva) offre anche un ulteriore vantaggio: sottrae il praticante all’effetto invasivo della televisione e della rete. La cosa è proficua soprattutto per le generazioni in crescita, particolarmente esposte a tali influenze nefaste. Quindi è indubbia che tale pratica ha una forte valenza educativa anche per questa ragione Motivi in più però anche per non essere dei puri e duri perché nel caso di ragazzi e adolescenti l’adattamento delle tecniche e modalità di allenamento si impone la valenza educativa in questione si incentra quindi sulla ricerca del benessere psico-fisico, sull’abilità di avere interiorizzato le regole di rispetto dell’avversario, e sul fatto fondamentali di misurarsi su se stessi e sulle proprie capacità senza sgomitare a tutti i costi, ponendosi anche traguardi irraggiungibili. Un gioco serio, insomma, il contrario di quanto avviene in certi ambiti sportivi inquinati da truffe e doping.

Con queste premesse lo sport “sano” e le arti marziali potrebbero essere alla base per la costruzione di una nuova moralità sociale. Naturalmente la cosa sembra utopica, occorrerebbe una volontà politica più coesa ed aggregante, tuttavia mi sembra che uno degli inizi potrebbe essere questo. Da una migliore morale civica pubblica (naturalmente di ampio respiro) si potrebbe partire per pratiche politiche migliori di resistenza e di cambiamento, ma a questo punto bisognerebbe rileggersi le puntuali considerazione di Pedrini che qui non si possono riassumere perché riguardano in nuce tutta la sua opera. Mi sento comunque di fare una citazione pregnante a proposito dell’analisi storico- politica che il Nostro fa ripercorrendo le fasi salienti del cambiamento che dalla rivolta dei Boxer in Cina passa poi per Mao Tse Tung e per il movimento americano delle Pantere Nere (Black Panther Party, in sigla Bpp):
“Il Bpp fa un uso massiccio della parola d’ordine. In qualche modo Huey Newton ha le stesse intuizioni del Grande Timoniere. Sembra essersi accorto che occorre, simbolicamente, vincere prima di combattere sul campo. Cerca di conciliare la sfida simbolica con l’autodifesa , con la tutela reale degli interessi morali, tangibili e sacrosanti della popolazione nera“ (Pedrini, op. cit., pagg. 58-59).

Insomma Pedrini sottolinea diffusamente tutti gli elementi marziali che hanno caratterizzato e informato un’azione politica di massa volta al riscatto di minoranze oppresse. Lui afferma che in passato questa forma mentis marziale ha contribuito fattivamente a una coscientizzazione dei singoli e poi ha articolato, seppure con esiti diversi, una fattiva resistenza politica verso i cambiamenti sociali.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Considera il tuo prossimo sempre come fine e mai come mezzo (I. Kant, Critica della Ragion Pratica).
Non frequentate per alcun motivo qualcuno con cui non andreste volentieri a bere una tazzina di caffè (Un professore universitario di filosofia).

La maggior parte dei praticanti di AM e di SdC lo fa nel tempo libero, di solito allo scopo di perseguire benessere e forma fisica, per scaricare le tensioni della giornata e anche per una forma di aggregazione sociale. Può capitare, ma non è obbligatorio, che in tali contesti nascano delle solide amicizie. Naturalmente chi pratica per anni di solito possiede anche un bagaglio storico-culturale della disciplina, ma se è un praticante adulto non la confonde con una religione da seguire pedissequamente, né tantomeno si assoggetta a pratiche pseudomistiche correlate.

Quando poi si innescano dinamiche di potere e dinamiche di gruppo sgradevoli il praticante adulto, di solito, cambia palestra. I motivi e i conflitti di solito si ripetono puntualmente, indipendentemente dalla disciplina praticata: compagni di pratica o istruttori chiusi nel proprio egocentrismo autoreferenziale, poco controllo a rischio incidenti da parte di alcuni, palesi preferenze con conseguenti passaggi di grado poco trasparenti, mancanza di controllo verbale da parte di alcuni istruttori. Parecchi di questi episodi umiliano il praticante ledendone la dignità (magari la scusa è che “si deve temprare”) e alla lunga portano a una notevole stanchezza psicologica ed emotiva. A questo punto chi viene umiliato si chiede “Chi me lo fa fare? Ho già un sacco di rogne al lavoro, non ha senso praticare per ritemprarsi e trovare altre rogne anche qui”, e di solito fugge a gambe levate. E’ un modo sano per salvarsi la vita. Spesso tali beghe si estendono in modo più ampio ad associazioni e federazioni. Capita sempre più di frequente allora che chi ha raggiunto delle buone competenze rinunci ad allenarsi in una palestra ufficiale e decida di fondare un piccolo dojo per conto proprio, partecipando poi magari a stage nazionali o internazionali per aggiornarsi. Queste palestre minuscole si reggono di solito sulla buona volontà ed entusiasmo dei membri che sono portati anche ad avere rapporti decenti tra di loro. Di solito i praticanti non sono più giovanissimi e non hanno quindi più aspettative irrealistiche sulle proprie prestazioni ma hanno comunque sviluppato nel corso degli anni tenacia e costanza. Spesso sono anche praticanti di altre discipline marziali e di solito hanno raggiunto un certo distacco dai conflitti e una buona maturità personale di base. Sanno quindi anche gestire meglio i conflitti interpersonali prima che divampino diventando irrimediabilmente distruttivi. Inoltre in queste palestre, di solito, al posto di una ieratica etichetta vige la condivisione dei saperi: chi insegna lo fa realmente anche per apprendere da altri, si condividono le competenze in modo rispettoso ma senza rigide gerarchie. Questo clima di lavoro mette in guardia dai facili entusiasmi e permette di studiare le tecniche di attacco e di difesa con maggiore distacco. Il progresso di tutti è assicurato perché mancano elementi di disturbo in sottofondo.
Ne consegue anche un profitto generale nel livello di apprendimento perché nessuno viene messo sul piedistallo e non ci si lascia fuorviare da personalità (o personaggi) più o meno carismatici. Del resto un mio professore di filosofia sconosciuto ma molto saggio diceva argutamente: “Non frequentate nessuno con cui non andreste volentieri a prendere una tazza di caffè”.
L’esperienza marziale, a questo punto della pratica, di solito si sveste degli aspetti più superficiali e fa maturare nei praticanti un vero rispetto reciproco. Non è poco in un’epoca irrispettosa e fracassona come la nostra.

Cosa più importante, poi, si diventa dei praticanti adulti.

Orazio G. Rossi
Milano, 9 settembre 2012.

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