Category Archives: Parlando in generale

“Tenshin Shoden Katori Shinto Ryū Budo Kyohan” di Yoshio Sugino & Kikue Ito

suginobook

“Tenshin Shoden Katori Shinto Ryū Budo Kyohan” di Yoshio Sugino & Kikue Ito, dal
testo originale pubblicato nel 1941 a una nuova pubblicazione a cura di Ulf Rott nel 2010,
Editore: Books on Demand GmbH

La Tenshin Shōden Katori Shintō Ryū è considerata come la più antica scuola (koryū) di spada tradizionale, presupposto storicamente inconfutabile nel Giappone moderno. E’ certamente grazie all’impegno del Maestro Sugino Yoshio che si deve la sua diffusione nel mondo anche a marzialisti non residenti sul suolo giapponese. Se non fosse stato per questa prodiga propensione alla diffusione della disciplina, peraltro sostenuta dal precedente Soke, Iizasa Shuri-No-Suke Kinjiro, fuori dal Giappone sarebbe stato impossibile il contatto e la pratica dell’articolato percorso di questa antica università delle arti marziali, ricca di una tradizione di circa seicento anni.
La scuola fu fondata nel 1447 nel tempio shintōista di Katori dal goshi Iizasa Iienao, che assunse poi il nome di Choisai, e via via, una linea ininterrotta di successori e validi guerrieri, ha contribuito a completare e raffinare le numerose discipline comprese nella scuola.
Bisogna tenere presente che la divulgazione oltre i confini nazionali divenne una consuetudine solo a partire dalla conclusione del secondo conflitto mondiale; prima di allora, agli stranieri che desideravano approcciarsi alla scuola, era imposto il vincolo di risiedere in Giappone. Solo a questa condizione era permesso studiare e allenarsi, e ciò è avvenuto nel dojō di Narita sotto la direzione del Maestro Ōtake Risuke. Il primo straniero a raggiungere il grado di menkyo kyoshi è stato il Dott. Donn Drager, grande esperto e divulgatore di arti marziali.
Il Maestro Sugino, al contrario, oltre ad avere aperto il suo dojō, lo Yuishinkan con sede a Kawasaki, a tutti coloro che ne erano interessati, pur di diffondere il kobudō della scuola di Katori ha insegnato in tutto il mondo, fino alla tarda età e fino a quando le condizioni di salute glielo hanno permesso. Non bisogna dimenticare che il Maestro Sugino aveva studiato sia con Jigoro Kano che con Ō Sensei Morihei Ueshiba; è molto probabile che la multidisciplinarità e il contatto con un uomo come Kano, aperto e disponibile al confronto con i profondi cambiamenti in atto, lo abbiano orientato a superare i rigidi comportamenti di una società, che aveva da poco superato la forma feudale ma rimaneva ancora ancorata a formalismi e codici pressoché immutabili.
Il Maestro Sugino è entrato in contatto col Katori Shintō Ryu nel 1927 (cfr. la sua intervista all’Aikido journal del 1996), all’età di 22 anni. Era già un marzialista di rango avanzato e praticava Judo presso il Kodokan del Maestro e fondatore Kano Jigoro con buoni risultati. Quando il caposcuola ha maturato la convinzione che le antiche discipline marziali stavano per andare irrimediabilmente perdute a causa della mancanza di assiduità e di praticanti, ha creato il Kodokan Kobudō Kenkyukai, branca indirizzata allo studio specifico delle antiche scuole di kobudō. Tale sensibilità culturale, volta a tutelare gli aspetti tradizionali delle arti marziali, lo ha spinto a invitare quattro Shihan della scuola di Katori, per far apprendere anche ai suoi allievi i principi di un’antica scuola di kobudō. I maestri inviati dalla scuola di Katori erano Tamai Saido, Kuboki Sozaemon, Ito Tanekichi e Shiina Ichizo che settimanalmente assunsero l’impegno di andare ad insegnare a Tokyo. Tamai e Shiina hanno via via stabilito un rapporto più continuativo col Maestro Sugino per il notevole e costante interesse al Katori da parte di quest’ultimo, tanto che ne sono divenuti i suoi principali istruttori. Nello specifico, il giovane Shiina proseguirà la formazione didattica di Sugino presso il dojō di Kawasaki o l’Hombu dojō di Chiba per oltre un decennio. Tra gli allievi del Kodokan che hanno avuto la possibilità di studiare Katori su sollecitazione di Kano, oltre a Sugino spicca l’audace figura del Maestro Mochizuki Minoru, compagno di avventure marziali e grande amico di Sugino. Il Maestro Mochizuki Minoru ha contribuito in modo notevole alla notorietà di svariate discipline marziali nel continente europeo, in particolare in Francia, non ultima l’arte della spada della scuola di Katori.
Quando nel 1935 è stata fondata l’organizzazione Koryū budo Nihon Kobudō Shinkokai, Società per la Promozione delle Arti giapponesi classiche e degli organismi marziali, la scuola di Katori Shintō ryū ne venne direttamente coinvolta. In questo contesto è stata prevalentemente rappresentata dagli Shihan Tamai Daido e Shiina Ichizo, ma anche da Hayashi Yazaemon Iekiyo e Hongu Toranosuke, spesso protagonisti agli Embu (esibizioni pubbliche) dove venivano presentate le antiche scuole di kobudō. A questi maestri si è aggiunta spesso la partecipazione a tali esibizioni di un giovane Sugino, che aveva rapidamente bruciato le tappe della destrezza e ottenuto un fattivo riconoscimento all’interno della scuola, tanto che, nello stesso anno, Ueshiba lo aveva insignito della licenza all’insegnamento, evidente riconoscimento per una dedizione a tempo pieno alla pratica delle arti marziali.
Le cronache riportano che non essendo stato richiamato alle armi, Sugino ha potuto proseguire il suo tirocinio fino alla conclusione del conflitto mondiale, addestrandosi costantemente all’Hombu dojō a Chiba. Il dojō di Chiba è sicuramente il dojō più importante dal punto di vista storico e simbolico, essendo stato fondato dall’ultimo Soke praticante: Sensei Iizasa Shuri-No-Suke Morisada.
Sollecitato da un periodo storico favorevole, che vedeva nel recupero delle arti marziali classiche un elemento di congiunzione culturale fra un passato glorioso e le mire espansionistiche degli anni Trenta, dal 1937 e fino al 1945 Sugino ha lavorato come istruttore di budō presso diverse scuole di Tokyo e Chiba e soprattutto come insegnante di Katori Shintō Ryū a tempo pieno. In questo contesto politico fortemente turbolento e spiccatamente aggressivo, che anticipava il conflitto mondiale e che vedeva lo stato giapponese impegnato militarmente su più fronti (guerra con la Cina del 1937), il governo centrale e i principali istituti culturali favorirono l’esercizio delle pratiche marziali, coinvolgendo le sedi scolastiche di ogni ordine e grado. Del resto, la preparazione atletica coniugata al recupero dell’antica sapienza militare, è un tratto comune a molti paesi con mire espansioniste e imperialiste. A partire dal 1937, Sugino è divenuto istruttore di Budō alla scuola per insegnanti di Chiba, ha insegnato Katori in più parti della prefettura di Chiba e alla scuola elementare di Asakusa, ha addestrato all’uso della Naginata le studentesse presso la scuola professionale femminile di Yokohama e judo presso la scuola secondaria di Keio. Nel 1941, insieme a Ito Kikue, col beneplacito e il patrocinio del Soke, ha scritto il libro Tenshin Shōden Katori Shintō Ryū Budo Kyohan, ovvero Il metodo didattico del combattimento del TSKSR.
L’impegno del governo a formare una nazione coesa e strettamente collegata alle virtù militari è testimoniato nell’introduzione dallo stesso Sugino, quando ringrazia le più alte gerarchie politiche, militari e religiose per l’attenzione riservata al loro lavoro con tali parole: “Ho già ricevuto menzioni per la pubblicazione del libro da parte dell’ex ministro della Giustizia, il signor Oyama Matsukichi, dal deputato della Camera dei Nobili, il signor Matsumoto Gaku e dal generale dell’esercito, il signor Ono Sanenobu. Inoltre, ho avuto il contributo del Diciannovesimo Dai Sōke e dal pontefice Massimo del Tempio di Katori, il signor Sawada Soku.”
Della coautrice, Ito Kikue, abbiamo scarse informazioni: sappiamo che era diplomata e che era un’insegnante della Joshi Shihan Gakko, una scuola femminile superiore, presso la quale ha probabilmente conosciuto Sugino, che lì ha partecipato a lezioni di naginata. Non doveva certo essere una semplice praticante perché viene presentata col medesimo rango di Sugino: Kyoshi. In alcune fonti viene definita come un’allieva diretta di Hongū Toranosuke e in altri di Shiina Ichizo; di certo era una figura di spicco della scuola, tanto da poter presenziare ai vari Embu che si sono succeduti in quel periodo.
Come è noto, la guerra e la sua tragica conclusione avranno un esito disastroso per tutti i giapponesi cui non sfuggirà lo stesso Sugino, che vedrà il suo originario dojō distrutto e dovrà lasciare con la famiglia Kawasaki per sfuggire ai bombardamenti. Troverà rifugio in una casa di Fukushima presso un suo allievo. Il dopoguerra fatto di fame e privazioni accomunerà la famiglia di Sugino a quella di molti altri asiatici ed europei.
Nel 1950, tornato a Kawasaki con i suoi, revocato il divieto di praticare arti marziali imposto dal generale MacArthur, il Maestro Sugino riaprirà il suo dojō. In una delle sue memorabili interviste dichiarò che, negli anni precedenti l’abolizione del divieto imposto allo studio e all’esercizio delle arti marziali, per potersi esercitare senza farsi scoprire, aveva coperto i vetri delle finestre con fogli di carta opaca in modo che dal di fuori non si vedesse cosa succedeva all’interno. In tal modo era riuscito a perseverare nell’esercizio del kenjutsu.
Per completezza di informazioni dobbiamo ricordare che, negli anni Cinquanta, il Maestro Sugino, ha partecipato, in qualità di consulente esperto di armi e di bushidō, a numerosi progetti cinematografici per i registi Kurosawa Akira e Inagaki Hiroshi. Questa occasione ha permesso al Katori Shintō Ryū di influenzare le scene di combattimento dei film “I sette samurai”, “Musashi” e “Yagyu Bugeichô”.
L’affermazione della figura marziale di Sugino è ormai a tutto tondo. Nel 1966, il Dai Nippon Butoku Kai (fondata nel 1895 dal governo giapponese sotto l’autorità del Ministero dell’Educazione, con l’approvazione di sua altezza reale) ha conferito al Maestro Sugino il titolo Hanshi di Kobudō e nel 1982, con il conferimento del 10° dan kobudō da parte della Kokusai Budoin (Federazione Internazionale di Arti Marziali fondata nel 1952) si è definitivamente consacrato il suo impegno per le arti marziali.
A oltre 70 anni dalla sua prima pubblicazione in Giappone, Tenshin Shōden Katori Shintō Ryū Budō Kyohan è ora divulgato anche in occidente, tradotto in tedesco da Izumi Mikami-Rott e Ulf Rott. Il secondo autore è un praticante di Katori depositario, per la Germania, dello Shibu del dojō di Kawasaki. E’ un’occasione di studio e conoscenza estremamente importante perché non vi è alcuna monografia attinente il Katori così datata e accessibile a un pubblico tanto esteso. Fonti accreditate parlano di altri due libri, che sarebbero stati scritti e pubblicati all’interno della scuola di Katori all’inizio del secolo passato ma di cui comunque non si riesce ad avere alcun riferimento specifico o informazione utile; per quanto se ne sa, potrebbe anche trattarsi del medesimo testo confuso sotto forme diverse.
La curiosità di poter sfogliare questo manuale, perché è di ciò che si tratta, è stata molta. Il materiale documentario a disposizione dei budōka non collegati al dojō di Narita è sempre stato pressoché nullo, per lo più frammentarie trasposizioni orali, talvolta in contraddizione fra loro. In buona sostanza mancava un testo di riferimento. Si tratta di un lavoro di cui la maggior parte dei maestri nostrani ignorava perfino l’esistenza. Alcuni, negli anni passati, avevano persino sostenuto che questo libro non fosse mai stato pubblicato.
Se appare come un testo di difficile comprensione per un lettore privo di conoscenze marziali, risulta invece formativo, istruttivo e filologico per tutti coloro che seguono la disciplina con assiduità da almeno un decennio. Per chi come me ignora la bellezza della lingua germanica e ha però goduto dell’aiuto di straordinari traduttori, è stato un ambizioso impegno di “scuci e ricuci” di ogni singola partizione, per cercare di avvicinarsi il più possibile al significato intrinseco dei vari passaggi. O perlomeno, così ho cercato di fare. Stabilire se il testo sia stato ben tradotto è di conseguenza cosa per me impossibile, una fiducia incondizionata va riconosciuta a chi si è speso in un’opera tanto difficile, presentando concetti complessi destrutturati in ogni singola parte.
Per quanto il Maestro Sugino abbia intrapreso rapidamente un proprio percorso marziale, fondando un suo dojō e divenendo un autonomo istruttore di Katori, non dimentica di citare i suoi Maestri e di usare parole di riconoscenza per l’aiuto ricevuto nella stesura del libro: “[…] inoltre un ringraziamento particolarmente sentito per il generale sostegno in merito alla stesura del libro al signor Iizasa, come anche a Shiina Ichizō sensei, Kanai Saku sensei, Kamagata Minosuke sensei, Tamai Saidō sensei, Hayashi Yazaemon sensei, Isobe Kōhei sensei.” Si tratta di alcuni fra i più insigni Shihan della Tenshin Shōden Katori Shintō Ryu; Hayashi Yazaemon, classe 1882, allievo diretto del maestro Yamaguchi Kumajiro, sarà il meritorio insegnante di Otake.
Le varie introduzioni all’opera denotano uno spirito diverso a seconda dell’interlocutore, quella a mio giudizio più interessante è scritta dal Soke Kinjiro. Dalle sue parole emerge un melanconico legame col periodo pre-moderno ante epoca Meji, “… siamo rimasti fedeli alla bellezza spirituale antica …” e si rifà ad una purezza che trae origine dai tempi del Fondatore. Prosegue citando la creazione del Nihon Kobudō Shinkōkai e la possibile formalizzazione di un solo stile ufficiale di spada. E’ probabilmente in ragione di questa supposta sciagura che si sono impegnate le migliori forze divulgative per far conoscere “… alcuni capitoli dell’arte della guerra (heihō) dello Shintō Ryū”. Ne deriva che la sollecitudine a pubblicare questo libro, in grado di mettere in evidenza una parte dell’incredibile conoscenza marziale depositata negli archivi e nella coscienza della ryu, è motivata a non far entrare la scuola in un processo di razionalizzazione che possa snaturare o inglobare l’istituto marziale all’interno di un nuovo corpus amministrativo, distante dalla sua tradizione. Se ne palesa così parte della ricchezza culturale celata dietro anni di reticenze, occultamenti e nascondimenti del patrimonio. E’ infatti nelle parole di Sugino che è possibile recuperare quel ritegno all’opera di divulgazione “… il nostro stile è una scuola segreta, riservata agli shinmonsha (quelli che hanno stretto un patto con il dio), ai loro allievi monjin, che vengono istruiti nell’arte stessa, ed è strettamente vietato mostrarla ad altri, o parlarne (in particolare chiacchierarne). (…) Quindi è estremamente imbarazzante offrire l’arte al pubblico dominio.”
Il libro è dichiaratamente concepito come un compendio delle forme base, utile a chi voglia approcciarsi allo studio del Katori Shintō Ryū ma è soprattutto uno strumento indispensabile per tutti quegli istruttori che abbisognano di un testo di riferimento completo di esercizi.
Per quanto sia riportato senza alcuna omissione l’elenco completo del programma di studio, che spazia dalla spada al bastone, dalla naginata alla lancia, dall’uso della spada corta a quello delle due spade, fino a descrivere l’elenco completo delle tecniche di Ju Jutsu e dei vari livelli di approfondimento, nel testo vengono presentate – per quanto in maniera estremamente dettagliata –
solo alcune armi e un certo livello di conoscenza: Iai Jutsu, Ken Jutsu, Naginata Jutsu e Bō Jutsu. Si tratta naturalmente dei cosiddetti insegnamenti pubblici (omote waza). Le tecniche segrete (ura waza), così come il corpus delle altre materie quali Sō Jutsu, Ryōtō, Kodachi e Ju-Jutsu, vengono esplicitamente rimandate a un’altra occasione. E’ infatti dall’elenco completo delle materie della scuola che si comprende come ogni arma abbia più livelli di apprendimento: la parte Omote, la parte Gogyō e la parte più occulta o segreta o profonda detta Gokui.
Sugino traccia rapidamente un excursus che passa dal concetto di Budō all’etichetta che bisogna seguire prima di ogni allenamento, dall’atteggiamento mentale che bisogna assumere al Dojō alla postura, fino alla dimensione e lunghezza delle armi. Un capitolo piuttosto interessante e spesso poco indagato è quello sullo Kiai, che viene descritto “… come un momento in cui si armonizzano, mescolandosi, spirito, corpo e tecnica.” Un aspetto piuttosto curioso, in aperta contraddizione con l’abitudine consolidata dalla maggior parte dei dojō che praticano Katori, è che il Maestro Sugino raccomanda di fare esercizi di riscaldamento prima di ogni allenamento. Dopodiché, il testo si concentra sulla declinazione dei kata di Iai Jutsu, Ken Jutsu, Naginata Jutsu e Bō Jutsu.
Da questo momento in poi il saggio permette di riconoscere più che lo spirito dell’epoca in cui è stato scritto o i riferimenti storici della scuola, l’atteggiamento fortemente scrupoloso e attento del maestro Sugino nell’acquisizione dei movimenti e delle forme base. I singoli kata vengono destrutturati e spiegati passo dopo passo. I budōka contemporanei possono così assaporare lo spirito e l’approccio del metodo del Maestro Sugino Yoshio al Katori Shintō Ryū.
A dispetto delle annose dispute sul portamento da assumere durante le varie kamae, le numerose fotografie che accompagnano le diverse argomentazioni, per permettere di comprendere al meglio lo svolgimento dei kata o la forma da assumere nelle varie guardie, restituiscono una indelebile conferma della postura che il Maestro faceva conferire ai praticanti. I protagonisti del contributo fotografico sono numerosi, ma fra tutti emerge un bimbo di undici anni che completo di hakama e keikogi assolve il compito di rappresentare tutta la giusta movimentazione del Bō Jutsu; si tratta di Sugino Mitsuaki-kun, il secondo figlio del Maestro Sugino.
Il libro sembrerebbe rispecchiare lo stile del manuale originale, anche se sono state ovviamente aggiunte nuove note a cura dell’attuale Soke e del figlio dell’autore; l’attuale reggente del dojō di
Kawasaki è infatti il Maestro Sugino Yukihiro. Infine, c’è un supplemento di trenta pagine che comprende una panoramica storica dello Yuishinkan dojō e un utilissimo glossario con le spiegazioni sulle tecniche e le distanze.
Per qualsiasi praticante di Katori inevitabilmente sorge spontaneo un confronto col testo curato dal Maestro Ōtake Risuke “Katori Shintō ryū”, Eredità e Tradizione – La Spada e il Divino, pubblicato la prima volta nel 1978 e ristampato nel 2011. L’ultima opera copre tutta la materia marziale, parte dallo Iai Jutsu e passando dal Ken Jutsu, affronta via via tutte le armi non dimenticando Ryōtō, Kodachi, Yari e Shuriken. Alcune pagine sono dedicate alla Jujutsu, disciplina che dai più era considerata perduta. Particolare singolare è che oltre alla parte Omote viene presentata anche la componente Gogyō del Ken Jutsu. La principale differenza col libro del Maestro Sugino è che vi è un’assenza pressoché totale di spiegazioni sull’esecuzione di ogni singolo kata, tutto è basato sulla documentazione fotografica. Diversamente il Maestro Sugino si spende in innumerevoli annotazioni su ogni singola kamae.
La scuola è a tutta evidenza la medesima, cambiano solo alcuni particolari; la ricerca delle differenze è un gioco per cercare di capire chi ha mostrato di più e chi invece ha preferito tenere nascosti certi particolari, anche se nello Iai alcune esecuzioni sono radicalmente difformi, come è per esempio in Happoken. Nella descrizione del kata di Iai Kusanagi no ken, la guardia di tateichimonji è riportata come un momento di transizione tra yoko ichimonji (o torii no kamae ) e jodan no kamae, mentre nell’esecuzione di Ōtake questo movimento si rivela più come un atemi per colpire l’avversario con la tsuka che un formalismo. Se l’estrazione è assolutamente identica, così non è per il rinfodero, che è diretto per lo stile di Ōtake mentre per quello di Sugino passa prima dalla spalla sinistra. In generale l’esecuzione dei kata è molto più dinamica nella forma di Otake con salti frequenti sia nello Iai che nel Bō, mentre quello di Sugino sembra essere più rigoroso nella forma ma di carattere più estetico. Curiosamente sono state registrate alcune difformità nominali tra i due testi nella lista delle tecniche.
Se il Maestro Sugino scrive un trattato spiccatamente tecnico ad uso dei praticanti e dei loro insegnanti, con spirito militante, il Maestro Ōtake esalta la visione esoterica insita nella scuola.
L’aspetto spirituale è un tema a lui caro, la comprensione dell’heiho è la chiave della pratica, introduce i concetti di In-Yō-Gogyō, di Tonkō e hōjutsu, spiega che la scuola attinge allo studio dell’astronomia, della geografia e dell’arte della divinazione. Spiega il riferimento ai dodici segni temporali e alle nove figure dell’astrologia cinese. Affronta il Buddhismo esoterico (Mikkyô) e l’arte della spada giapponese, descrive estesamente come le filosofie buddhiste e taoiste abbiano avuto profonda influenza sul Katori Shintō Ryū. Diversamente Sugino si limita a dichiarare le radici shintōiste della scuola di Katori. A conferma del diverso approccio educativo si può citare il fatto che la scuola del Maestro Ōtake ha mantenuto il keppan, ovvero, un allievo della scuola può considerarsi tale solo dopo aver svolto il rituale di adesione che prevede la firma del documento con una goccia del proprio sangue. E’ un formalismo, ma dalla forte carica evocativa. Esoterismo e spiritualità.
D’altra parte, il Maestro Michel Coquet, rappresentante della scuola di Ōtake in Francia, ha spiegato in numerose pubblicazioni che l’arte intrinseca della scuola è quella di perseguire la pace, che la pratica deve valorizzare il concetto di armonia, dualità, assenza di ego, ricerca dell’equilibrio interiore. E’ uno dei pochi praticanti di Katori che ha cercato di spiegare i vari livelli di pratica come un percorso verso l’evoluzione spirituale. Termini come Fudo-shin, l’utilizzo del Kiai, etc. vengono dispiegati per imparare a disciplinare i nostri istinti più primitivi, l’utilizzo di una pratica armata per raggiungere l’arte della intesa morale. Gli attuali allievi della scuola di Katori sono oggi di fronte ad almeno due correnti principali all’interno della tradizione, quella del Maestro Ōtake e quella del Maestro Sugino; all’interno della prima troviamo anche il Maestro Shiigi Munenori. Quest’ultimo ha recentemente pubblicato (2013) un libro sul Katori Shintō Ryū e due dvd in cui rappresenta l’intero percorso didattico della scuola di Katori. Sono contributi che auspichiamo di studiare quanto prima, purtroppo il testo è rintracciabile solo nella lingua originale.
Il Maestro Munenori è figlio del Maestro Shiigi Keibun, un allievo diretto di Hongu Toranosuke; nato nel 1898 ha studiato insieme alla coautrice del libro di Sugino e al maestro di Ōtake. Sulla sua scheda personale è precisato che è stato insignito del titolo di Kyoshi dal ventesimo caposcuola di Tenshin Shōden Katori Shintō Ryū Iizasa Yasusada e che ha studiato presso lo Shinbukan Dojo del Maestro Ōtake Risuke. Oggi ha intrapreso un percorso didattico che lo ha portato a rivalutare l’approccio formativo dello Shihan Toranosuke, l’insegnante di suo padre, ottenuto attraverso lo studio dei documenti di famiglia. Da un filmato reperibile sulla rete è riconoscibile lo stile molto dinamico proprio della scuola di Ōtake.
Quest’oggi la segretezza è venuta meno, i filmati del Maestro Ōtake sono un utile compendio all’insito bisogno di comprensione, filmati in bianco e nero ci mostrano il Maestro Sugino che si esercita nei kata occulti alla presenza di un folto pubblico. In realtà, a tutta evidenza, non vi sono segreti particolari da svelare: si tratta solo di un percorso didattico molto, molto lungo. Superata l’acquisizione degli elementi fondamentali, i movimenti di base, la precisione nell’esecuzione, il
giusto tempo e una distanza corretta sono l’oggetto di una ricerca infinita. Quando, nel mezzo dei kata avanzati si coglie un aspetto intrinseco, bisogna portarlo nei kata di base. E’ un passaggio che si ripete instancabilmente come nel nastro di Moebius, con una propensione a migliorare costantemente.
Se l’insieme è maggiore della somma delle parti ci si presenta un’ottima occasione per assorbire il diverso contributo di questi Maestri, che unitamente restituiranno una visione più completa. In conclusione, una cosa è certa e va riconosciuta, se il Maestro Sugino Yoshio non avesse favorito la diffusione del Katori Shintō Ryū oggi noi difficilmente saremmo a conoscenza di questa disciplina e il portato culturale di questa scuola sarebbe rimasto circoscritto; grazie alla sua lungimiranza è divenuto un portato collettivo. Inoltre, molte polemiche sono state seminate, rivendicando appartenenze o interpretando esclusioni ma al di là delle diverse declinazioni il Tenshin Shōden Katori Shintō Ryū appare a tutta evidenza una scuola indivisibile con un portato di cultura tradizionale fuori dal comune.

Claudio Lamonica, dojō cho del Kasumi dojō
Milano, ventiseigennaioduemilaquattordici.

Elogio di Franca, donna sincera

Francarame

Villastanza di Parabiago 1928 – Milano 2013

Elogio di Franca, donna sincera

Ricordo un’intervista a Franca Rame a cuore aperto e senza infingimenti, come solo lei sapeva fare. Risale agli anni Novanta e mi sfugge ora sia il nome del settimanale che del giornalista, ma ricordo benissimo la domanda e la risposta. Le venne chiesto quale fosse la cosa che le era maggiormente pesata negli anni Settanta, gli anni del movimento. Lei, con la sua sincerità disarmante e senza schemi che le era congeniale, rispose: “Il fatto di non poter avere una colf che mi aiutasse a conciliare il teatro, l’impegno politico e la vita familiare. Veniva considerato da sciure borghesi avere un aiuto. Il problema è che ero da sola a lavare, pulire, a organizzare tutte le cene dei compagni. Arrivavo a sera stanca morta. Poi, passata questa moda, sono riuscita a farmi aiutare da un’altra donna.”

Franca aveva esposto con semplicità uno dei maggiori problemi che affliggono in Italia tutti, sinistra compresa: il carico dei lavori di riproduzione. Nessuno ne parla, questo è grave, perché, alla prova dei fatti, spettano sempre a qualcun altro (leggi: qualcun’altra). È un residuo patriarcale, una cosa su cui ci sono dei tabù peggiori della sessualità, ma è un fatto indispensabile per gestire la vita di tutti i giorni. Franca aveva, nella sua spontaneità, messo sul tappeto uno dei problemi che non ci permettono di fare il salto di qualità rispetto a stili di vita più tradizionali. La formula del lavoro domestico che più d’ogni altro dovrebbe avere il vecchio slogan: “Lavorare meno, lavorare tutti.”

Per ciò che ci riguarda, nel nostro piccolo, devo dire con orgoglio che il dojo Kasumi, invece, brilla per equità nella divisione dei compiti. Da noi, chi prima arriva prima pulisce. Abbiamo cercato, nel nostro piccolo, di vivere la coerenza tra grandi ideali e incombenze quotidiane.

Grazie, Franca. Ciao, piccola grande donna.

Tiziana C.

La clip e’ aggiunta dalla redazione, contando che vi coinvolga quanto ha fatto con me
https://www.youtube.com/watch?v=EoJv-SdsMdg

Don Andrea Gallo (1928-2013).

dongallo

“Non ha mai temuto di sporcarsi le mani” dice don Ciotti, sul pulpito per l’ultimo saluto all’amico don Gallo. “I poveri, gli ultimi quelli che fanno più fatica sono coloro che ci aiutano a trovare Dio. Grazie Andrea per i tratti di cammino fatti insieme. Grazie per le porte che hai aperto e hai lasciato aperte. Grazie per aver testimoniato una chiesa che sta dalla parte delle dignità, una chiesa che non dimentica la dottrina, ma che non supera l’attenzione per gli ultimi e i dimenticati.”

… prosegue don Ciotti. Il ‘prete di strada’ che “ha saputo dare un nome a chi un nome non aveva” era “innamorato di Dio e dei poveri. Ha sempre detto che la chiesa non doveva pronunciare ‘l’extra omnes’ ma il ‘dentro tutti’: i gay, i poveri, i carcerati, i tossicodipendenti”. Don Gallo uomo, don Gallo partigiano, don Gallo prete che “sapeva cercare nel Vangelo una piattaforma comune per tutto ciò che ci unisce. Non ha mai chiesto credenziali di fede ma non faceva sconti: pretendeva che tutti imparassero a stare alla tavola dei poveri“.

24 maggio 2013

SEVERI SAMURAI O ORFANI DI GOKU?

Cortesemente da un amico riceviamo e con piacere pubblichiamo:

Non sono frequenti le riflessioni sulle Arti marziali ma a volte compaiono, seppure in forma frammentaria.
Occhieggiano tra un articolo e l’altro delle riviste specializzate, si trovano in alcune monografie di vecchi Maestri, o in traduzioni più o meno fedeli dell’inglese-americano, spuntano sul web appesantite da miriadi di polemiche e sbeffeggiamenti reciproci, spesso dando vita a vere e proprie guerre di religione. Qual è l’Arte Marziale (AM) più antica? Quale di esse ha i Maestri più accreditati? E’ diventata del tutto inutile, vista la nascita dei sistemi di autodifesa? E tra questi, qual è quello più efficace?
A proposito di questi ultimi occorre dire che sono nati per lo più in ambito militare, studiati per le guerriglie o testati dalle forze di polizia per reprimere rivolte di piazza. La maggior parte dei praticanti non operano in tali settori, pur essendoci una consistente minoranza di esperti che lavora con le forze dell’ordine.

Devo pertanto premettere che nella riflessione che esporrò, il praticante medio di AM o degli Sport da combattimento (SdC) non pratica per vivere ma lo fa per tutti i vantaggi che tale esercizio comporta. Molte delle considerazioni che esporrò non sono attinenti alla realtà di coloro che, vuoi per meriti personali agonistici, vuoi per tradizione familiare fanno delle AM, degli SdC o dei sistemi di difesa la professione principe da cui traggono di che vivere. Il mio ragionamento, poi, potrebbe valere per chi amatorialmente, pratica una qualsiasi disciplina sportiva con regolarità (diventando pure istruttore, in alcuni casi) e pur non essendo in senso proprio un professionista, grazie ad allenamenti costanti e mirati giornalieri o quasi, riesce nel tempo ad acquisire discrete capacità di prestazione e a fare delle riflessioni sulla disciplina e sulla pratica. Il dilettante consapevole, dunque, ha tutti gli strumenti per dire la sua. In tale riflessione mi piacerebbe avere dei pareri di quanti si sentono di riflettere con un tale orizzonte.

Nel 1998 Riccardo Pedrini ha scritto una puntuale analisi del mondo marziale nel volume Ribellarsi è giusto (Castelvecchi, Roma), mettendo in luce sia i percorsi storici, sia l’apparato ideologico che li sottende, sia gli abusi “mistici”. Partirò da alcuni suoi intelligenti spunti per riflettere non tanto sulle ideologie (lo ha fatto già lui, esaurientemente), quanto sui risvolti psicologici e relazionali che animano la vita di parecchie palestre. Premetto che tali analisi deriva sia dalla frequenza di diverse dojo (anche come ospite temporaneo), sia dai racconti e dal confronto con molti altri praticanti, sia dalle polemiche sul web.

Le pecche maggiori di una gran parte di tali luoghi fisici o informatici nascono dal fanatismo di alcuni istruttori che spesso genera dinamiche degne del più bieco nonnismo, unitamente a deliri misticheggianti o di onnipotenza combattiva.

Tutti elementi che possono fare, a seconda delle combinazioni di un fato capriccioso o imprevedibile, la fortuna o la disgrazia di una palestra, di una scuola o di un Maestro.
In queste mie note di riflessione non mi addentrerò nella polemica sui “cattivi maestri”. E’ un lavoro del tutto inutile, chi vende fuffa prima o poi viene scoperto e inoltre i fenomeni da baraccone ci sono in tutti i settori, bisogna farsene semplicemente una ragione.

L’ANALISI DI PEDRINI:

Pedrini sottolinea la genesi di tutti i modi di combattere in maniera sinteticamente efficace:
“Niente di ossessivo o di letterario. Si lotta per la vittoria, si lotta per la sopravvivenza, si lotta per la dignità” (op. cit., pag. 31).
Sostanzialmente, afferma, in tutti i continenti, in passato, lo scopo delle discipline marziali non era quello di mostrare forme esteticamente attraenti, ma di potere, attraverso queste forme a vuoto, allenare i soldati a combattere per la sopravvivenza. Le tradizioni orientali e occidentali contenevano e contengono spesso elementi in comune e altri invece dissimili. Molte scuole, ad esempio, svolgevano gli allenamenti su terreni più o meno accidentati, o di contro, nel chiuso di ambienti.
In molte scuole i praticanti erano a piedi nudi, cosa quanto mai improbabile nell’occidente postmoderno: quante aggressioni si compiono in riva al mare o in piscina?

Oltre alle mutate condizioni ambientali sono oggi profondamente cambiati stili di vita, abitudini alimentari, struttura fisica dei praticanti. Inoltre le pratiche marziali e di combattimento non sono più appannaggio di caste guerriere i cui membri erano tutti di sesso maschile e di forte tempra fisica. Discipline che richiedevano la maturità fisica virile vengono impartite, nelle linee elementari e con un approccio ludico, ai bambini delle scuole elementari.

La didattica delle discipline è quindi nettamente cambiata poiché i praticanti sono diversi, anche se i puristi vorrebbero limitare la diffusione di AM e SdC solo a chi ha la possibilità di allenarsi in modo semiprofessionistico o professionistico. Altro discrimine fondamentale, di cui Pedrini parla diffusamente, è l’esistenza stessa dell’arma da fuoco che ha azzerato ogni possibile abilità fisica del soldato allenato a mani nude o all’arma bianca. Tale sconfitta del mondo feudale nipponico causata dalle “bocche tonanti” è efficacemente esemplificata in una delle ultime scene dei sette samurai del grande regista giapponese Akira Kurosawa. Uno dei protagonisti cade dopo una strenua battaglia con katana e armi bianche e deve soccombere alla potenza dei fucili.

Negli ultimi 20 anni sono proliferati numerosi sistemi di autodifesa che hanno distillato poche tecniche efficaci di braccia e di gambe per reagire in modo efficace a un’aggressione.
La maggior parte di tali sistemi sono nati in ambito militare e vengono effettivamente usati dagli eserciti e dalle polizie di tutto il mondo per fronteggiare spesso combattimenti violentissimi corpo a corpo. Naturalmente il personale addestrato è sottoposto a un notevole surmenage atletico per raggiungere prestazioni di grande efficacia. Bisogna chiedersi, per onestà scientifica, quali possono essere i risultati presso i praticanti dilettanti nel corso di due o tre allenamenti settimanali e soprattutto, come invece molti corsi di tale tipo assicurano, dopo un breve tirocinio di sei mesi o un anno.
Non bisognerebbe riflettere sul fatto che il corpo ha più tempo per rendere automatiche certe reazioni?
In tale frangente conta infatti, a mio parere, l’elemento del business commerciale: ciascuno afferma perentoriamente che il proprio sistema di autodifesa è il migliore in assoluto, cercando o meno di addurre le prove nei numerosi fatti di cronaca relativi alle aggressioni.

Per non parlare poi delle diatribe AM, SdC, Mixed Martial Arts, sistemi, etc. … : non basterebbe una mole di volumi pari a quelli dell’Enciclopedia Britannica per illustrare. Alla fine ciascuno resterebbe comunque della propria opinione anche perché nessuno riesce a ricostruire al cento per cento una vera aggressione in palestra e comunque le variabili della medesima sono veramente infinite e imprevedibili.
Non è da sottovalutare, ad esempio, la stazza, l’età e la capacità di reazione della potenziale vittima: la ragazza mingherlina ha sicuramente meno chances del robusto giocatore di basket dall’aria truce (ammesso, e non concesso, che qualcuno abbia voglia di aggredirlo). Il panico può afferrare, nel caso di un agguato violento, anche il settimo dan di una disciplina marziale.

L’istruttore di Krav Maga sorpreso nella sua villetta da una banda di ex-mercenari di una delle tante guerre che hanno insanguinato l’Europa potrà avere qualche chance in più all’inizio ma sarà difficile infine non cadere nelle mani dei suoi violenti antagonisti (i cinque contro uno che combattono uno alla volta e vengono atterrati dall’eroe di turno si vedono solo nei telefilm di Chuck Norris).

Non bisogna essere degli psicologi ferrati o avere le statistiche alla mano di agguati ed aggressioni per arrivare a capire che le variabili in gioco sono parecchie e che al di là di tutta una serie di accorte precauzioni, la realtà è ben lontana dai film di Kung fu o dalle serie poliziesche sui corpi speciali. Infine, il possesso sempre più diffuso di armi da fuoco è quanto fa realmente la differenza.

Nel capitolo “Smontiamo l’invincibilità” Pedrini argutamente sottolinea: “Meglio la dimensione fondamentalmente ludica degli sport da combattimento a contatto pieno che diventare appendici di schemi e videogiochi o adepti di fumosi sistemi cognitivi che magari promettono in sovrappiù chissà quale “emancipazione spirituale”. Questo comunque, è quanto di “marziale” è rimasto e continua ad essere praticato in questa società“ (Pedrini, op. cit, pag.45).

E’ vero, abbiamo parlato dei numerosi ciarlatani. Il fenomeno c’è, bisognerebbe diffondere l’idea, per chi si accosta alle AM che non sono necessariamente collegate a una via spirituale. Insomma, ci si prende a pugni e non si fa filosofia! Tuttavia bisognerebbe tenere conto anche di altri risultati che emergono in merito sia al fatto tecnico che al fatto psicologico, in primis quelli relativi al controllo e all’autocontrollo nel combattimento (o nell’uso di un’arma bianca), su cui normalmente si tace.

L’aspirante praticante dovrebbe anche avere chiaro che la spettacolarizzazione del combattimento in ambito cinematografico non ha nulla a che vedere con la lotta concreta e reale né con la gara sportivizzata ma che è una disciplina a sé stante. Nell’ultima versione di Sherlock Holmes o nei film di cappa e spada degli anni ’50 e ’60 (come in quello più recente del capitano Alatriste, tratto dall’omonimo romanzo di Pérez-Reverte) sono stati impiegati istruttori per rendere la lotta uno spettacolo nello spettacolo comprese tante finte. La pratica quindi sottende che si conoscano tutti i distinguo del caso, avrebbe diritto ad avere tutte queste informazioni e diciamo pure quali sono gli incidenti cui può andare incontro. Sarebbe una prova di onestà intellettuale, nonché di moralità e renderebbe la pratica più consapevole e l’attenzione degli allievi sarebbe maggiore.

In tutta questa opera di consapevolizzazione e di discernimento bisogna dire che i manga e i videogiochi non rendono certo un buon servizio. Questo perché qui dobbiamo toccare un altro tasto dolente, una chimera che tocca gli aficionados sia delle palestre che della consolle: il mito dell’invincibilità.
E’ un mito profondamente radicato nella nostra cultura (basti pensare all’Iliade e all’Odissea), e certamente movies e videogiochi contribuiscono a risvegliarlo e a irrobustirlo nell’immaginario collettivo. Il fatto che nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza certi archetipi servono per superare le paure tipiche di questa età di passaggio, sono proiezioni fantastiche di cui la psiche ha bisogno per crescere. Il problema è quando tali fantasie passano supinamente sul piano di realtà o peggio, proseguono oltre la prima adolescenza (nei casi disgraziati, oltre la quarantina). A questo punto il mito dell’invincibilità prende la piega patologica del delirio di onnipotenza con risultati anche pericolosi: i peggiori si identificano nel sergente cattivo di Full Metal Jacket e, se sono istruttori, la vita in palestra diventa impossibile, tanto da far scappare a gambe levate quelli più equilibrati.

L’ETERNA ADOLESCENZA DEGLI ORFANI DI GOKU.
Bisognerebbe partire dai dati di fatto per analizzare qual è la buona pratica delle AM e degli SdC. Praticare non basta, è la base naturalmente ma spesso bisognerebbe anche mettersi a pensare se determinati atteggiamenti e posizioni sono proficui oppure no, interrogarsi su certe dinamiche di gruppo. Nelle AM e negli SdC si dovrebbe aver chiaro, come negli sport tradizionali a coppie, individuali o singoli, che tali pratiche non sono altro che una ritualizzazione del conflitto, un’attività fisica più o meno impegnativa (a seconda del tempo profuso) per affrontare ed educare le proprie pulsioni aggressive (o, di contro, per vincere le proprie paure). Il tutto incanalato in un combattimento che, per forza di cose, ha delle regole precise da cui viene informato e delle regole di rispetto dell’avversario dalle quali non si può derogare, pena la mancata incolumità fisica (e aggiungerei anche psicologica) dei contendenti. Le regole di combattimento e di pratica dovrebbero valere per tutti. Queste considerazione appaiono a prima vista banali e logiche ma spesso non lo sono affatto. Molti, presi nei loro deliri adolescenziali di onnipotenza e di invincibilità, non accettano regole o lo fanno solo a parole perché poi, non appena se ne presenta l’occasione, le infrangono causando spesso anche danni fisici ai propri compagni di pratica.
Intendiamoci: questi tipi di problemi non esistono solo in ambito marziale.

Ogni buon allenatore di una squadra amatoriale di calcio sa che spesso, dietro integerrimi signori, si nasconde in campo il teppistello pronto a spaccare le gambe all’avversario. A questo punto sta all’intelligenza dell’allenatore fermare e punire il giocatore scorretto, oppure, nei casi più pervicaci, escluderlo dalla squadra.

Il fatto più frequente, invece, in molte palestre di AM e di SdC, è proprio questo: l’allenatore stesso (che non è cresciuto di testa), in maniera più o meno diretta, fa capire a chi infrange le regole che è giusto “andare fino in fondo” (in omaggio al realismo dello scontro) ed è il migliore quello che picchia sodo, regole e non regole. E alle proteste degli infortunati la risposta è sempre la stessa: “Stiamo facendo karate, judo, muay thai, aikido, krav maga, mica uncinetto.”

L’incidente occasionale è tipico naturalmente di parecchie attività umane, marziali e non : un mio conoscente ha avuto il cristallino fracassato da un colpo violento durante un doppio misto di tennis!
Tuttavia bisognerebbe riflettere in ogni singola realtà territoriale e magari (ma non so se sia concretamente possibile) procurarsi la tipologia e l’incidenza degli infortuni in alcune palestre e in determinate discipline. A volte comunque una verifica empirica di quanto spesso capita troppo frequentemente ad altri praticanti in determinate situazioni e con determinati istruttori e maestri dovrebbe mettere sull’avviso i compagni di pratica più accorti e risvegliare in modo critico quello che in termini giuridici si chiama “la diligenza del buon padre di famiglia”.

Aggiungo poi che, vista che la stragrande maggioranza di praticanti e una buona percentuale di istruttori vive di un altro lavoro o cespite, mi sembra molto poco saggio rischiare di farsi male sul serio, spesso con gli strascichi di danni fisici permanenti o cronicizzati.

Alla pretesa dell’invincibilità si associa quella dell’efficacia. Abbiamo però già visto come tale dogma sia facilmente confutabile per tutte le variabili che entrano in gioco. In ogni caso, come è stato già esaminato, esso è una formidabile molla commerciale per attirare più allievi possibili.
Pedrini illustra anche come la spinta “spiritualistica” muove parecchi tra coloro che ricercano in modo spasmodico l’esoterismo guerriero a tutti i costi:

“(…) Credo che di fronte alla mistificazione e all’incredibile, tronfia, sistematica sopravvalutazione di se stesso che l’ambiente marziale pratica e conduce in nome di oscure e mal digerite idealità, sia giunto il momento di smitizzare, di desacralizzare, di dire le cose come stanno: che la pratica dell’arte marziale come è sempre stata praticata nei contesti tradizionali originari è socialmente impossibile, impossibile preservarne i valori, a meno che non ci si accontenti di venerare vuoti simulacri. Non ci interessa in questa prospettiva, evidentemente, citare casi e individualità che sembrano smentire queste tesi. Smitizzare, porre questioni, agitare le acque di un ambito chiuso claustrofobicamente in se stesso, perso dietro diatribe del tutto futili e che sembra non avere alcuna intenzione di porsi il quesito fondamentale: che senso hanno, qui e ora, le arti marziali?. La risposta non può essere fumosa, individualistica, consolante e velleitaria. Se esiste deve essere chiara e serena.” (Pedrini, op, cit., pag. 53).
Trasmissione di tecniche quindi, ma fortemente decontestualizzate.

Questo approccio laico permette un distacco maggiore e sano nel praticante che non si farà così coinvolgere in atteggiamenti fideistici poco compatibili in un contesto attuale.
In questa cornice “quelli disposti ad arrivare fino in fondo nel combattimento” in nome di una presunta veridicità cadono palesemente in contraddizione e proprio sul piano tecnico.

Se un’AM o uno SdC si fondano non solo su un bagaglio tecnico ma anche su regole, chi non rispetta le stesse fa qualcos’altro, si trova fuori dei dettami della disciplina, insomma si pone al di fuori dello schema che costituisce quel particolare tipo di pratica. In soldoni, ha voglia di menare e mena.
Mi sento, in tale direzione, di contestare anche le pretese di invincibilità dei sistemi di Difesa Personale (DP).

Le tecniche applicate in ambito militare non sempre valgono nei frangenti della vita civile (esiste, a tale proposito, tutta una casistica legale connessa a “incidenti” causati da persone addestrate nella difesa personale). Di solito poi, il praticante di tali sistemi non ha alle spalle il lungo e giornaliero allenamento degli addetti al settore. Le variabili anche psicologiche e di reazione sono proporzionali alla pratica intensa e professionale, alle dimensioni e alla preparazione atletica dell’avversario, alle circostanze esterne in cui avviene tale aggressione. In certe situazioni estreme non so quanto possa valere il bagaglio tecnico acquisito. Nel caso dell’assalto di una villetta isolata da parte di cinque o sei disperati armati, che cosa si può fare di tecnicamente valido se gli stessi tengono in ostaggio moglie e figli? E’ pur sempre vero che chi ha a disposizione ore di allenamento costante anche se non intensivo sarà sempre più avvantaggiato del pantofolaio piazzato davanti alla televisione ma è vero pure che le promesse di invincibilità propagate da certe palestre, siano esse di AM, di SdC o di DP, non esistono. Insomma è la novella versione dell’Elisir del Dottor Dulcamara in salsa marziale.

I BENEFICI CONCRETI DELLA PRATICA

Parliamo invece dei benefici concreti della pratica. Il miglioramento dei riflessi, una migliore coordinazione motoria e soprattutto la percezione dei limiti del proprio territorio (limiti che non devono essere oltrepassati non solo per la propria incolumità e per il proprio benessere fisico, ma anche per quello psicologico), uno stimolo al metabolismo innescato dalla pratica costante, un miglioramento dell’umore, etc. etc. … sono tutti benefici concreti della pratica marziale o degli SdC, comuni comunque all’attività fisica in genere.

Di solito si ha una ricaduta psicologica positiva: sentirsi bene con il proprio corpo aiuta anche a stare bene con se stessi e a trovare un migliore equilibrio psico-fisico.
Il praticante che ha “risvegliato” i propri riflessi ha per esempio anche la possibilità di limitare i danni in caso di incidenti ed evitare gli stessi, a volte. Quindi ha una chance in più non solo in caso di aggressione ma di imprevisti in genere. Chi si esercita a rimanere in piedi durante il combattimento avrà meno possibilità, nella vita di ogni giorno, di cadere o di farsi male in molte situazioni ad esempio nel corso di una brusca frenata dell’autista su un mezzo pubblico.

Il discrimine, comunque, rispetto ad altre attività fisiche consisterà principalmente nella percezione dei limiti del proprio territorio. Tale percezione abituerà il praticante a non farsi “invadere” in numerose situazioni della vita quotidiana. Imparerà a dire più facilmente di no e avrà un atteggiamento fermo al lavoro verso le intrusioni di colleghi e di capi perché avrà allenato il suo intuito a percepire e a prevenire le intrusioni stesse. In famiglia sarà capace di contenere le pretese pretestuose dei familiari che spesso provocano situazioni squilibrate nei rapporti interpersonali. Un single, se in grado di sapersi ascoltare grazie a questa percezione, potrà meglio capire, all’inizio di una relazione, quali sono le intenzioni dell’altro/a. Sarà preziosa, in questo caso, l’abilità appresa sul tatami di capire chi ci sta di fronte, soprattutto quali sono le sue intenzioni. Insomma il dilettante tenace e serio dovrebbe riuscire a sviluppare anche buone pratiche sociali di relazione. Naturalmente questo è solo in linea di massima. Abbiamo avuto tutti, chi più o chi meno, l’esperienza di veterani di alto profilo atletico chiusi nel loro irrimediabile narcisismo e privi di empatia non solo sul ring o sul tatami. Infatti questo interscambio, corpo-psiche, vita di relazione vale per chi avrà digerito e rielaborato, a qualsiasi età, le pretese di onnipotenza e di invincibilità e nel casi di maestri accreditati e acclamati chi sarà stato in grado di gestire e ridimensionare il proprio successo. Insomma chi, indipendentemente dal grado e dall’esperienza, sarà diventato un praticante adulto.

FATTI INELUDIBILI: IL ’68, IL ’77, IL RIFLUSSO.

La grande maggioranza delle AM e degli SdC si sono diffusi capillarmente con il boom economico e poco prima della grande stagione di rivolgimenti storico-sociali: il ’68, il ’77 e il successivo riflusso.
Questo retroterra storico non è eludibile: ha cambiato la mentalità e lo stile di vita di gran parte dei ceti popolari e medi che hanno usufruito anche di novità culturali (comprese nuove forme di attività sportiva e di utilizzo del tempo libero). Il fatto di dedicare alcune ore a una pratica fisica ha permesso dei cambiamenti anche sul benessere fisico e ha esteso questi cambiamenti anche a chi non era interessato a una pratica di tipo competitivo o non si dedicava agli sport (ad esempio le donne). E’ chiaro però che un approccio democratico alle attività fisiche (che si è esplicato grazie anche allo sviluppo di attività del settore, come l’Arci, ad es.), confligge con la forma mentis prettamente autoritaria di gran parte delle AM e degli SdC. Spesso infatti questa mentalità impositiva implica non solo una disciplina ferrea ma comprende anche i corollari negativi che tale forma genera. Di solito tale mentalità autoritaria implica l’esclusione o l’emarginazione dei soggetti ritenuti “deboli”, siano essi maschi mingherlini, gay veri o presunti, donne. Nelle dinamiche di gruppo si forma anche la logica del capro espiatorio o di contro, del pupillo che può permettersi con gli altri tutto quello che vuole. Spesso in queste situazioni ricorre quanto sopra abbiamo accennato:
Il pupillo o i pupilli possono anche essere scorretti, l’istruttore farà finta di non vedere perché li ritiene tosti e giusti. In molte discipline orientali, poi, l’indiscutibilità del sensei viene portata al parossismo. Come già visto Pedrini privilegia l’aspetto ludico degli SdC rispetto al contrabbando ideologico di alcune palestre di AM. Bisogna tuttavia notare che spesso l’aspetto competitivo portato all’eccesso negli SdC porta ad altre situazioni estreme. Infatti in molte palestre non si tiene conto dei limiti fisici e di età dei praticanti con conseguenti incidenti più o meno gravi dovuti alla mancanza di controllo. Nella DP l’origine militare della stessa porta ad atteggiamenti a volte fortemente machisti. A questo punto è chiaro che un sincero democratico (magari anche di sesso femminile, soprattutto se ha interiorizzato certi percorsi di vita, come vedremo in un capitolo successivo) non può sottomettersi a tali gioghi e giochi psicologici (anche perché la posta in gioco può essere spesso l’incolumità fisica). Oserei dire che molte fini ingloriose di palestre e di corsi nascono proprio da questo conflitto di mentalità: l’occidente libertario non si sottomette all’autoritarismo sotteso a pratiche tradizionali (o anche “moderne”) che viene contrabbandato come male necessario per la pratica stessa.

LA RICERCA DELL’AUTONOMIA
Torniamo al concetto che il benessere fisico del praticante, se la pratica è intelligente, è una naturale conseguenza della pratica stessa. Per pratica intelligente intendo quella di praticanti adulti, che evitano tutte le derive di cui sopra e che si rispettano reciprocamente. In tali condizioni ottimali il praticante sviluppa anche uno spiccato senso critico: anzitutto all’interno del dojo, poi nella vita di relazione e successivamente nel contatto con i mass media. La criticità investe infatti tutto l’orizzonte di un essere umano: è come se indossasse un paio di occhiali che gli permettono di mettere a fuoco cose che prima non aveva notato. Quindi la consapevolezza si spinge, con una buona pratica, anche verso il modo di fare informazione (web compreso). Diventare un praticante “a tutto tondo” significa evitare non solo il calcio, il pugno o la bastonata in senso proprio ma anche in senso metaforicamente più ampio. Nella dinamica sintetizzata efficacemente dalla locuzione partenopea “stateve accuorti” dovrebbe rientrare anche una presa di distanza verso le polemiche sterili di certi forum di discussione o di certe famigerate pagine di Facebook (la più famosa chiusa dagli Amministratori dello stesso social network). In questi luoghi informatici, solitamente, si fa a gara a spalare merda gli uni sugli altri, tanto da porsi una domanda ispirata da un buon senso di base: “Ma se la gente sta tanto al PC per fare tutte queste polemiche, quando trova il tempo per allenarsi?”

Per non parlare poi dei fenomeni correlati a tali abusi della rete: in alcuni casi si arriva alle molestie verbali e spesso agli insulti o anche a casi di cyberbullismo. Questi fenomeni sono certo amplificati dalla crisi economica , dalla frustrazione della precarietà di molti soggetti che diventano così esponenzialmente aggressivi, almeno verbalmente. Motivo in più per il praticante adulto per astenersi da simili beghe perditempo.

I PURI E DURI

Nell’ambito di una mentalità autoritaria rientra anche la tipologia di chi dice che l’unico vero allenamento che conta è quello semiprofessionistico o professionistico, il resto (le due-tre volte alla settimana con uno stage ogni tanto non conta, non si progredisce, non si è nessuno). E’ una posizione anche questa, per carità, e alcuni ci riescono. Bisogna mettere naturalmente sul piatto della bilancia l’amore per l’arte, la vita pratica, la vita affettiva e familiare. Personalmente nelle palestre che frequento non vige tale prospettiva e mi trovo contento. Poi, a ciascuno le proprie scelte. Non amo le logiche esclusive ma quelle inclusive. Naturalmente ciò non toglie l’importanza di una pratica costante e paziente. La disomogeneità dei risultati non toglie il fatto che si pratichi comunque quella tale disciplina. Naturalmente si deve tendere sempre al proprio meglio, allo sforzo di dare il massimo. Ma è importante tenere conto dei limiti fisici e temporali. Nella logica dei fatti anche il campione e il Maestro più preparato sono auspicabilmente destinati ad invecchiare e non potranno sempre e invariabilmente essere al meglio. Preferisco insomma non dover dire “Meglio un giorno da leone che cento anni da pecora”. Come argutamente faceva notare il compianto Massimo Troisi “Non si potrebbe fare cinquanta anni da orsacchiotto?” A questa osservazione sulla fugacità della vita e delle forze fisiche dell’essere umano vorrei aggiungerne una sul rispetto fra praticanti. Il Grande Capo Onnisciente ed infallibile va bene per i manga e i videogiochi, nella realtà sarebbe meglio avere praticanti con diversa esperienza ma con pari dignità di esistenza e di azione.

A PROPOSITO DI DIFFERENZE …

Nella notte dei tempi le AM venivano praticate da una ristretta cerchia guerriera deputata allo scopo. La trasmigrazione occidentale e la diffusione di massa cambiano completamente scenari e scopi da perseguire.
Il praticante medio che riesce ad andare in palestra due o tre volte alla settimana partecipando agli stages nel corso dell’anno, pur appassionato e tenace ha caratteristiche molto diverse dagli originari guerrieri orientali ed occidentali. Spesso non ha doti atletiche o fisiche eclatanti, ha costruito le proprie competenze tecniche nel corso di parecchi anni, mattoncino su mattoncino.
Molti praticanti sono donne, anzi, nell’ambito dei corsi di DP sono la maggioranza. La partecipazione in massa a queste attività da parte del sesso femminile ha posto numerose questioni.

E’ stato reso necessario indubbiamente un maggiore controllo nei combattimenti (deprecato dai “puristi” che vedono così intaccata la potenza dei colpi sferrati), oppure, di contro, le praticanti si sono dovute forzatamente adattare a modalità estreme e potenzialmente molto violente. E’ chiaro che una donna, per quanto veloce e per quanto allenata, non potrà avere le stesse doti di resistenza e di potenza muscolare di un uomo ma con il costante allenamento farà comunque dei passi avanti. Molte discipline con armi poi risentono meno delle differenze fisiche; il vero problema, di solito, si incontra nelle discipline in cui si combatte a mani nude. D’altra parte in molte piccole palestre dove il numero dei praticanti è esiguo e non è possibile combattere divisi per sessi, è stato giocoforza introdurre per tutti un maggiore autocontrollo. In ogni caso questa trasformazione, come abbiamo già visto, è stata resa necessaria dall’evoluzione stessa delle discipline e sono state proprie queste modifiche che hanno permesso la diffusione stessa delle singole arti o dei singoli sport da combattimento. Il problema sorge quando la praticante la pensa come i puri e duri e si adatta alla logica dell’”andare fino in fondo”, dimenticando spesso che comunque ha un organismo più delicato e una diversa struttura fisica. Ho conosciuto alcune pure e dure, per fortuna rappresentano una minoranza: la maggioranza delle praticanti sono consapevoli della loro potenzialità fisica e hanno un istinto di conservazione maggiore di noi maschi! Anche qui però per queste donne che pensano con il cervello maschile voglio dire che rientrano nel ragionamento fatto prima. Non hanno chiaro la distinzione tra menarsi e svolgere un qualcosa fatto di regole. Dimenticare sé stesse e scimmiottare il guerriero invincibile diventando poco controllate è una malsana interpretazione per tutti, uomini e donne.

ULTERIORI CONSIDERAZIONI SUI VANTAGGI DI UNA BUONA PRATICA MARZIALE

Una buona pratica marziale (così come una buona pratica sportiva) offre anche un ulteriore vantaggio: sottrae il praticante all’effetto invasivo della televisione e della rete. La cosa è proficua soprattutto per le generazioni in crescita, particolarmente esposte a tali influenze nefaste. Quindi è indubbia che tale pratica ha una forte valenza educativa anche per questa ragione Motivi in più però anche per non essere dei puri e duri perché nel caso di ragazzi e adolescenti l’adattamento delle tecniche e modalità di allenamento si impone la valenza educativa in questione si incentra quindi sulla ricerca del benessere psico-fisico, sull’abilità di avere interiorizzato le regole di rispetto dell’avversario, e sul fatto fondamentali di misurarsi su se stessi e sulle proprie capacità senza sgomitare a tutti i costi, ponendosi anche traguardi irraggiungibili. Un gioco serio, insomma, il contrario di quanto avviene in certi ambiti sportivi inquinati da truffe e doping.

Con queste premesse lo sport “sano” e le arti marziali potrebbero essere alla base per la costruzione di una nuova moralità sociale. Naturalmente la cosa sembra utopica, occorrerebbe una volontà politica più coesa ed aggregante, tuttavia mi sembra che uno degli inizi potrebbe essere questo. Da una migliore morale civica pubblica (naturalmente di ampio respiro) si potrebbe partire per pratiche politiche migliori di resistenza e di cambiamento, ma a questo punto bisognerebbe rileggersi le puntuali considerazione di Pedrini che qui non si possono riassumere perché riguardano in nuce tutta la sua opera. Mi sento comunque di fare una citazione pregnante a proposito dell’analisi storico- politica che il Nostro fa ripercorrendo le fasi salienti del cambiamento che dalla rivolta dei Boxer in Cina passa poi per Mao Tse Tung e per il movimento americano delle Pantere Nere (Black Panther Party, in sigla Bpp):
“Il Bpp fa un uso massiccio della parola d’ordine. In qualche modo Huey Newton ha le stesse intuizioni del Grande Timoniere. Sembra essersi accorto che occorre, simbolicamente, vincere prima di combattere sul campo. Cerca di conciliare la sfida simbolica con l’autodifesa , con la tutela reale degli interessi morali, tangibili e sacrosanti della popolazione nera“ (Pedrini, op. cit., pagg. 58-59).

Insomma Pedrini sottolinea diffusamente tutti gli elementi marziali che hanno caratterizzato e informato un’azione politica di massa volta al riscatto di minoranze oppresse. Lui afferma che in passato questa forma mentis marziale ha contribuito fattivamente a una coscientizzazione dei singoli e poi ha articolato, seppure con esiti diversi, una fattiva resistenza politica verso i cambiamenti sociali.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Considera il tuo prossimo sempre come fine e mai come mezzo (I. Kant, Critica della Ragion Pratica).
Non frequentate per alcun motivo qualcuno con cui non andreste volentieri a bere una tazzina di caffè (Un professore universitario di filosofia).

La maggior parte dei praticanti di AM e di SdC lo fa nel tempo libero, di solito allo scopo di perseguire benessere e forma fisica, per scaricare le tensioni della giornata e anche per una forma di aggregazione sociale. Può capitare, ma non è obbligatorio, che in tali contesti nascano delle solide amicizie. Naturalmente chi pratica per anni di solito possiede anche un bagaglio storico-culturale della disciplina, ma se è un praticante adulto non la confonde con una religione da seguire pedissequamente, né tantomeno si assoggetta a pratiche pseudomistiche correlate.

Quando poi si innescano dinamiche di potere e dinamiche di gruppo sgradevoli il praticante adulto, di solito, cambia palestra. I motivi e i conflitti di solito si ripetono puntualmente, indipendentemente dalla disciplina praticata: compagni di pratica o istruttori chiusi nel proprio egocentrismo autoreferenziale, poco controllo a rischio incidenti da parte di alcuni, palesi preferenze con conseguenti passaggi di grado poco trasparenti, mancanza di controllo verbale da parte di alcuni istruttori. Parecchi di questi episodi umiliano il praticante ledendone la dignità (magari la scusa è che “si deve temprare”) e alla lunga portano a una notevole stanchezza psicologica ed emotiva. A questo punto chi viene umiliato si chiede “Chi me lo fa fare? Ho già un sacco di rogne al lavoro, non ha senso praticare per ritemprarsi e trovare altre rogne anche qui”, e di solito fugge a gambe levate. E’ un modo sano per salvarsi la vita. Spesso tali beghe si estendono in modo più ampio ad associazioni e federazioni. Capita sempre più di frequente allora che chi ha raggiunto delle buone competenze rinunci ad allenarsi in una palestra ufficiale e decida di fondare un piccolo dojo per conto proprio, partecipando poi magari a stage nazionali o internazionali per aggiornarsi. Queste palestre minuscole si reggono di solito sulla buona volontà ed entusiasmo dei membri che sono portati anche ad avere rapporti decenti tra di loro. Di solito i praticanti non sono più giovanissimi e non hanno quindi più aspettative irrealistiche sulle proprie prestazioni ma hanno comunque sviluppato nel corso degli anni tenacia e costanza. Spesso sono anche praticanti di altre discipline marziali e di solito hanno raggiunto un certo distacco dai conflitti e una buona maturità personale di base. Sanno quindi anche gestire meglio i conflitti interpersonali prima che divampino diventando irrimediabilmente distruttivi. Inoltre in queste palestre, di solito, al posto di una ieratica etichetta vige la condivisione dei saperi: chi insegna lo fa realmente anche per apprendere da altri, si condividono le competenze in modo rispettoso ma senza rigide gerarchie. Questo clima di lavoro mette in guardia dai facili entusiasmi e permette di studiare le tecniche di attacco e di difesa con maggiore distacco. Il progresso di tutti è assicurato perché mancano elementi di disturbo in sottofondo.
Ne consegue anche un profitto generale nel livello di apprendimento perché nessuno viene messo sul piedistallo e non ci si lascia fuorviare da personalità (o personaggi) più o meno carismatici. Del resto un mio professore di filosofia sconosciuto ma molto saggio diceva argutamente: “Non frequentate nessuno con cui non andreste volentieri a prendere una tazza di caffè”.
L’esperienza marziale, a questo punto della pratica, di solito si sveste degli aspetti più superficiali e fa maturare nei praticanti un vero rispetto reciproco. Non è poco in un’epoca irrispettosa e fracassona come la nostra.

Cosa più importante, poi, si diventa dei praticanti adulti.

Orazio G. Rossi
Milano, 9 settembre 2012.

Può darsi …

Di seguito ad una dotta dissertazione tra tre saggi pigri (che per comodita’ indicheremo come Gorucho, Harpo e Quellaltro) volentieri pubblichiamo questa storiella ispiratrice cinese

A un contadino era fuggito via il cavallo. “Che sfortuna!”, dissero i suoi amici.
Può darsi“, rispose l’uomo.

Qualche giorno dopo il cavallo ritornò insieme a un altro cavallo ancora più bello e robusto.
“Che fortuna!”, esclamarono gli amici. “Può darsi“, replicò il contadino.

Il giorno dopo, suo figlio cercando di cavalcare il cavallo selvatico cadde e si ruppe una gamba.
“Che disgrazia!”, commentarono gli amici. “Può darsi“, rispose il contadino.

Una settimana più tardi, tutti i giovani maschi del paese, tranne il figlio con la gamba rotta, furono mandati a combattere in una guerra sanguinosa.
“Come tutto si è volto al meglio”, dissero meravigliati gli amici.
Può darsi“, disse il contadino.

Può darsi

3847180531_1a22d84b2e

… Ricordando …

Il Tao è dentro di te

Il karma è il karma. Ricorda, con animo quieto, che l’Assoluto, il Tao, è dentro di te, che nessun prete o culto o dogma o libro o parola del maestro si erge fra te e Lui. Riconosci che il bene e il male sono irrilevanti, l’io e il tu sono irrilevanti, come la vita e la morte. Entra nella sfera in cui non esiste paura della morte né speranza dell’aldilà, dove sei libero dagli impedimenti della vita o dal bisogno di salvezza.

Tu stesso sei il Tao.

Sii tu, ora, una roccia contro cui inutilmente si avventano le onde della vita.

Canzoni partigiane

Pazienza (poco)

Kodo O-Daiko